giugno 2026
Dagli archivi del marxismo
Lenin e la guerra imperialista
Per Lev Trotsky
Nota introduttiva

Lev Trotsky fotografato nel 1939.
(Foto: Manuel Alvarez Bravo
Da questo numero, L’Internazionalista ospiterà una rubrica intitolata “Dagli archivi del marxismo”, nel quale presenteremo una serie di testi – inediti in italiano o in una nuova traduzione – attinenti alla teoria comunista rivoluzionaria o alla storia del movimento operaio. Nel varare tale rubrica, dichiariamo fin d’ora che il nostro obiettivo non ha un carattere “intellettualistico” né accademico: si tratta invece di stabilire e sottolineare la continuità con l’elaborazione politica rivoluzionaria dei nostri predecessori in quanto elemento necessario per la formazione di una nuova generazione di militanti e di quadri bolscevico-leninisti nella prospettiva della costruzione di un’organizzazione autenticamente rivoluzionaria. Questo lavoro è particolarmente necessario anche in Italia, dove la storia del movimento operaio è stata fin troppo spesso – e lo è tuttora – falsificata dalla socialdemocrazia, da ogni varietà di centrismo e, soprattutto, dallo stalinismo.
L’articolo che proponiamo per inaugurare questa nuova rubrica, mai apparso prima d’ora in lingua italiana, venne scritto da Lev Trotsky nel dicembre 1938, diversi mesi prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale. Esso spiega la natura della guerra nella fase imperialista del capitalismo sulla base di un’analisi del primo conflitto mondiale del 1914-18 – che fu un conflitto “per una nuova spartizione del mondo e per l’asservimento delle colonie” – soffermandosi in dettaglio sulla politica proposta da Lenin per la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile e sulle parole d’ordine necessarie per far avanzare la lotta della classe operaia e per delineare uno sbocco rivoluzionario agli orrori della carneficina imperialista. Al tradimento socialsciovinista della maggior parte dei partiti della Seconda Internazionale – che nel 1914 avevano scelto l’union sacrée per la “difesa della patria”, appoggiando lo sforzo bellico delle proprie borghesie – e agli impotenti slogan pacifisti, Lenin contrappose la prospettiva del disfattismo rivoluzionario, cioè di “una lotta parallela dei lavoratori di tutti i paesi contro il loro stesso imperialismo in quanto nemico immediato e principale”.
Nel momento in cui Trotsky scriveva quest’articolo la situazione mondiale era molto cambiata: alcuni anni dopo la rivoluzione d’Ottobre la burocrazia staliniana aveva assunto il potere politico nello stato sovietico, nell’Internazionale Comunista e nelle sue sezioni. Dopo aver facilitato l’ascesa del nazismo al potere in Germania con la politica avventurista del “terzo periodo”, Stalin aveva compiuto una contro svolta riformista in direzione della collaborazione di classe attraverso la politica dei Fronti Popolari, ufficialmente adottata dal VII Congresso del Komintern nell’estate del 1935. L’applicazione concreta di quella politica in Francia e in Spagna aveva spianato la strada alla reazione borghese. Nel frattempo l’imperialismo preparava una nuova guerra mondiale, nel corso della quale i militanti della Quarta Internazionale sarebbero stati chiamati a difendere incondizionatamente – nonostante la cricca burocratica del Cremlino – le conquiste socio-economiche incarnate nello stato operaio degenerato sovietico, e ad appoggiare le lotte di liberazione nazionale dei popoli oppresi coloniali e semicoloniali, senza scivolare nelle sabbie mobili della collaborazione di classe e del pacifismo piccolo-borghese.
Le recenti proteste del “No Kings”, “contro l’autoritarismo” e “per la pace” dimostrano chiaramente che la maggioranza della pseudosinistra adotta invece una prospettiva collaborazionista, che in Italia si traduce in un blocco pacifista con il Partito Democratico, con l’Alleanza Verdi e Sinistra, con il Movimento 5 Stelle, con i populisti di Potere al Popolo e persino con settori del Vaticano. Contro tale blocco, gli insegnamenti storico-politici dell’analisi delle guerre del XX e del XXI secolo sviluppata dal movimento rivoluzionario – a partire dai testi di Lenin del 1914-16 passati in rassegna da Trotsky fino ai conflitti scatenati ai nostri giorni dall’imperialismo statunitense e dal sionismo genocida – devono servire da guida all’azione. ■
Lenin e la guerra imperialista
Per Lev Trotsky
Traduzione a cura di Paolo Casciola
“Nel corso della storia si è sempre visto” scriveva Lenin nel 1916 “che i nemici hanno tentato, dopo la morte dei capi rivoluzionari, popolari tra le classi oppresse, di appropriarsi dei loro nomi per ingannare queste classi.”1 È nei confronti dello stesso Lenin che la storia si è rivelata più crudele, facendone l’oggetto di questo tipo di manovra. La dottrina ufficiale oggi in vigore nel Cremlino e la politica del Komintern riguardo all’imperialismo e alla guerra calpestano le conclusioni a cui Lenin era giunto e alle quali aveva condotto il partito durante gli anni 1914-18.

Lenin in Polonia austriaca nell’agosto del 1914, poco
dopo lo scoppio della Prima guerra mondiale.
(Foto: Boris Vigilev)
La prima questione che si pose fin dallo scoppio delle ostilità, nell’agosto 1914, fu se i socialisti nei paesi imperialisti dovessero assumersi la “difesa della patria”. La questione non era di sapere se un singolo socialista dovesse adempiere ai suoi obblighi militari: non aveva altra scelta – la diserzione non è una politica rivoluzionaria – ma se il partito socialista dovesse sostenere politicamente la guerra: votare i crediti di guerra, rinunciare alla lotta contro il governo e svolgere un’agitazione a favore della “difesa della patria”? Lenin rispose: no, non dovrebbe, non ne ha il diritto; non perché si tratti di una guerra, ma perché è una guerra reazionaria, un litigio tra schiavisti per la spartizione del mondo.
La formazione degli stati nazionali nel continente europeo ha abbracciato un periodo che iniziò, grosso modo, con la Grande rivoluzione francese e si concluse con la Guerra franco-prussiana (1870-71). Durante quei drammatici otto decenni le guerre ebbero prevalentemente un carattere nazionale. Le guerre per la creazione o per la difesa di uno stato nazionale, indispensabili per lo sviluppo delle forze produttive e della cultura, ebbero in quel periodo un carattere storico profondamente progressivo. I rivoluzionari non solo potevano, ma avevano l’obbligo di sostenere politicamente le guerre nazionali.
Dal 1871 al 1914 il capitalismo europeo non solo prosperò sulla base degli stati nazionali, ma sopravvisse anche a se stesso, trasformandosi in capitalismo monopolistico o imperialista. “L’imperialismo è quello stadio del capitalismo in cui quest’ultimo, avendo realizzato tutto ciò che poteva realizzare, comincia a declinare.”2 La causa di questo declino è che le forze produttive vengono costrette sia entro i confini della proprietà privata, sia entro i confini dello stato nazionale. L’imperialismo cerca di dividere e ridividere il mondo. Le guerre nazionali cedono il posto alle guerre imperialiste. Queste hanno un carattere completamente reazionario, esprimendo la disperazione, la stagnazione e il declino del capitalismo monopolistico.
Tuttavia il mondo rimane estremamente eterogeneo. L’imperialismo aggressivo delle nazioni avanzate può esistere soltanto perché il nostro pianeta comprende nazioni arretrate, popoli oppressi e paesi coloniali e semicoloniali. La lotta dei popoli oppressi per l’unificazione nazionale e per l’indipendenza ha un carattere doppiamente progressivo giacché, da un lato, crea condizioni più favorevoli per il loro sviluppo mentre, dall’altro, infligge colpi all’imperialismo. Ne consegue, in particolare, che in una lotta tra una repubblica democratica imperialista civilizzata e la monarchia arretrata e barbara di un paese coloniale, i socialisti saranno completamente dalla parte del paese oppresso, nonostante la sua monarchia, e contro il paese oppressore, nonostante la sua “democrazia”.

La prima pagina del dattiloscritto originale.
L’imperialismo dissimula i propri obiettivi intrinseci: la conquista di colonie, di mercati, di fonti di materie prime e di sfere di influenza dietro alle idee della “difesa della pace dagli aggressori”, della “difesa della patria”, della “difesa della democrazia”, ecc. Queste idee sono completamente false. Il dovere di un socialista non è di sostenerle, ma di denunciarle al popolo. “La questione: quale è stato il gruppo che ha sferrato il primo colpo militare o che ha dichiarato per primo la guerra” scrisse Lenin nel marzo 1915 “non ha nessuna importanza nella determinazione della tattica dei socialisti. Le frasi sulla difesa della patria, sulla resistenza all’invasione nemica, sulla guerra di difesa, ecc., sono, da ambo le parti, tutti raggiri per ingannare il popolo.”3 “[P]er decenni” spiegò Lenin “tre briganti (la borghesia e i governi dell’Inghilterra, della Russia e della Francia) si sono armati per rapinare la Germania. C’è forse da sorprendersi se altri due briganti hanno attaccato prima che questi tre abbiano avuto il tempo di ricevere i nuovi coltelli che avevano ordinato?”4 Per il proletariato, a essere decisivo è il significato storico oggettivo della guerra – quale classe la conduce, e per quali scopi? – e non gli stratagemmi della diplomazia, che riesce sempre a presentare al proprio popolo il nemico come l’aggressore. Altrettanto falsi sono i riferimenti degli imperialisti alle parole d’ordine della democrazia e della cultura. “[L]a borghesia tedesca (...) inganna la classe operaia e le masse lavoratrici affermando di condurre la guerra per la difesa della patria, della libertà e della civiltà, per la liberazione dei popoli oppressi dallo zarismo (...). [L]e borghesie inglese e francese ingannano la classe operaia e le masse lavoratrici affermando che conducono la guerra (...) contro il militarismo e il dispotismo della Germania.”5 Nessuna sovrastruttura politica può modificare le fondamenta economiche reazionarie dell’imperialismo. Al contrario, le fondamenta subordina a sé la sovrastruttura. “Ai giorni nostri sarebbe ridicolo perfino pensare a una borghesia progressiva, a un movimento borghese progressivo (…). La vecchia “democrazia” borghese (...) è diventata reazionaria.”6 Questa valutazione della “democrazia” imperialista costituisce la pietra angolare di tutta la concezione di Lenin.
Poiché la guerra viene condotta da entrambi i campi imperialisti non per la difesa della patria e della democrazia, ma per una nuova spartizione del mondo e per l’asservimento delle colonie, un socialista non ha il diritto di preferire i briganti di un campo a quelli dell’altro. Sarebbe del tutto inutile cercare di “stabilire, dal punto di vista del proletariato internazionale, la disfatta di quale dei due gruppi di nazioni belligeranti sarebbe di minor danno per il socialismo”.7 Fin dall’inizio di settembre del 1914, Lenin caratterizzò il contenuto della guerra per ciascuno dei paesi imperialisti e per tutti i loro raggruppamenti con le seguenti parole: “La lotta per i mercati e per la rapina dei paesi stranieri, la volontà di stroncare il movimento rivoluzionario del proletariato e della democrazia all’interno dei singoli paesi, il tentativo d’ingannare, di dividere e di decimare i proletari di tutti i paesi aizzando gli schiavi salariati di una nazione contro quelli dell’altra a vantaggio della borghesia: questo è il solo contenuto reale, il solo reale significato della guerra.”8 Quant’è lontano tutto questo dalla dottrina attuale di Stalin, Dimitrov e soci!
Una politica dell’‘‘unità nazionale’’ in tempo di guerra significa, ancor più che in tempo di pace, sostenere la reazione e perpetuare la barbarie imperialista. Rifiutare tale appoggio – che è dovere elementare di un socialista – costituisce però soltanto il lato negativo o passivo dell’internazionalismo. Questo, da solo, non basta. Il compito del partito del proletariato è ‘‘una larga propaganda, che si estenda nell’esercito e sul teatro delle operazioni militari, a favore della rivoluzione socialista e della necessità di rivolgere le armi non contro i propri fratelli, gli schiavi salariati degli altri paesi, ma contro i governi e i partiti reazionari e borghesi di tutti i paesi. Necessità assoluta di organizzare cellule e gruppi illegali negli eserciti di tutte le nazioni per fare tale propaganda in tutte le lingue. Lotta spietata contro lo sciovinismo e il ‘patriottismo’ dei piccoli borghesi di tutti i paesi, senza eccezione.”9
Ma la lotta rivoluzionaria in tempo di guerra non poteva forse portare alla sconfitta del proprio governo? Lenin non fu allarmato da questa conseguenza. “In ogni paese la lotta contro il governo che conduce la guerra imperialista non deve arrestarsi dinanzi alla possibilità della sconfitta del proprio paese, come risultato di questa agitazione rivoluzionaria.”10 Questa è la strada battuta dalla cosiddetta teoria del “disfattismo”. Alcuni avversari senza scrupoli cercarono di interpretarla come se Lenin ammettesse la collaborazione con l’imperialismo straniero per sconfiggere la reazione nazionale. In realtà si trattava di una lotta parallela dei lavoratori di tutti i paesi contro il loro stesso imperialismo in quanto nemico immediato e principale. “[P]er noialri russi, dal punto di vista degli interessi delle masse lavoratrici e della classe operaia della Russia,” scrisse Lenin a Šljapnikov nell’ottobre 1914 “non può esservi il benché minimo dubbio, assolutamente nessun dubbio, che il minor male sarebbe adesso e immediatamente la sconfitta dello zarismo in questa guerra.”11
La guerra imperialista non può essere combattuta con le aspirazioni alla pace, come fanno i pacifisti. “Il pacifismo e la propaganda astratta della pace sono una delle forme di mistificazione della classe operaia. In regime capitalistico, e specialmente nella fase imperialista, le guerre sono inevitabili.”12 Una pace conclusa dagli imperialisti sarà solo una tregua prima di una nuova guerra. Soltanto una lotta rivoluzionaria di massa contro la guerra e l’imperialismo che l’ha generata può garantire una vera pace. “Senza una serie di rivoluzioni, la cosiddetta pace democratica è un’utopia borghese.”13
La lotta contro le illusioni soporifere e debilitanti del pacifismo è un elemento cruciale della dottrina di Lenin. Egli respinge con particolare veemenza la richiesta del “disarmo” in quanto manifestamente utopica in regime capitalista e capace soltanto di distogliere i lavoratori dalla necessità di armarsi. “Una classe oppressa che non cercasse d’ imparare a maneggiare le armi, che non tendesse a possederle, meriterebbe di essere trattata da schiava.”14 E ancora: “La nostra parola d’ordine deve essere: armare il proletariato per vincere, espropriare e disarmare la borghesia. (...) Solo dopo aver disarmato la borghesia il proletariato potrà buttare tra i ferri vecchi, senza tradire la sua funzione storica mondiale, tutte le armi (…).”15 Di qui la conclusione che Lenin trae in decine di articoli: “È sbagliata la parola d’ordine della ‘pace’: la parola d’ordine dev’essere quella della trasformazione della guerra nazionale in guerra civile.”16
La maggior parte dei partiti operai dei paesi capitalisti avanzati si trovò, durante la guerra, dalla parte della propria borghesia. Lenin definì questa tendenza socialsciovinismo: socialismo a parole, sciovinismo nei fatti. Il tradimento dell’internazionalismo non cadde dal cielo, ma fu un’inevitabile continuazione e sviluppo della politica di adattamento dei riformisti. “Il contenuto ideologico e politico dell’opportunismo e del socialsciovinismo è identico: la collaborazione delle classi invece della lotta di classe, la rinuncia ai mezzi rivoluzionari di lotta, l’aiuto al ‘proprio’ governo nelle situazioni difficili, invece di utilizzare le sue difficoltà nell’interesse della rivoluzione.”17
L’ultimo periodo di prosperità capitalistica prima della guerra (1909-13) legò in modo particolarmente stretto gli strati superiori del proletariato all’imperialismo. Dai superprofitti che la borghesia imperialista ricavava dalle colonie e dai paesi arretrati in generale, le briciole più consistenti finivano nelle tasche dell’aristocrazia operaia e della burocrazia operaia. Il loro patriottismo era quindi dettato da un interesse diretto per le politiche imperialiste. Durante la guerra, che mise a nudo tutti i rapporti sociali, “Gli opportunisti e gli sciovinisti hanno tratto una forza gigantesca dall’unione con la borghesia, con i governi, con gli stati maggiori”.18
La tendenza intermedia e forse più ampia del socialismo, il cosiddetto “centro” (Kautsky, ecc.), che in tempo di pace oscillava tra il riformismo e il marxismo, cadde quasi completamente sotto l’influenza dei socialsciovinisti, nascondendosi dietro generiche frasi pacifiste. Quanto alle masse, furono colte di sorpresa e ingannate dal loro stesso apparato, che avevano costruito nel corso di decenni. Dopo aver fornito una valutazione sociologica e politica della burocrazia operaia della Seconda Internazionale, Lenin non si ferma a metà strada. ‘L’unità con gli opportunisti significa unione degli operai con la ‘propria’ borghesia nazionale e divisione della classe operaia internazionale rivoluzionaria.”19 Di qui la conclusione sulla necessità di una scissione tra internazionalisti e socialsciovinisti. “Oggi non si possono adempiere i compiti del socialismo, non si può costituire un’effettiva unione internazionale dei lavoratori senza rompere decisamente con l’opportunismo”20... come pure col centrismo, “questa corrente borghese nel socialismo”. Il nome stesso del partito deve essere cambiato. “[N]on è forse meglio rinunziare al nome di ‘socialdemocratici’, che essi hanno sporcato e avvilito, e tornare al vecchio nome marxista di comunisti?”21 È tempo di rompere con la Seconda Internazionale e di costruire la Terza.
Cos’è cambiato negli ultimi vent’anni? L’imperialismo è diventato ancora più violento e oppressivo. La sua espressione più coerente è diventata il fascismo. Le democrazie imperialiste sono scese di parecchi gradini e stanno naturalmente, organicamente, trasformandosi nel fascismo. L’oppressione coloniale diventa tanto più intollerabile quanto più si intensifica il desiderio di indipendenza nazionale dei popoli oppressi. In altre parole, tutti i tratti che costituivano il fondamento della teoria leninista della guerra imperialista sono ora diventati incomparabilmente più pronunciati e marcati.
Gli sciovinisti comunisti, tuttavia, citano l’esistenza dell’URSS, che porterebbe presumibilmente una rivoluzione completa nelle politiche del proletariato internazionale. A questa domanda si può rispondere brevemente: prima dell’emergere dell’URSS esistevano nazioni oppresse, colonie e così via, le cui lotte meritavano anch’esse il sostegno. Se fosse possibile sostenere movimenti rivoluzionari e progressisti all’estero sostenendo la propria borghesia imperialista, allora la politica del socialpatriottismo sarebbe, in linea di principio, corretta. Allora non ci sarebbe stato bisogno di fondare la Terza Internazionale. Questo è un aspetto della questione; ma ce n’è un altro. L’URSS esiste da 22 anni. Per diciassette anni, i principi di Lenin sono rimasti in vigore. La politica comunista-sciovinista è stata definita soltanto quattro o cinque anni fa. Il riferimento all’esistenza dell’URSS, quindi, è solo una falsa pretesa.
Se Lenin, un quarto di secolo fa, denunciò come socialsciovinismo e socialtradimento la defezione dei socialisti verso il loro imperialismo nazionale col pretesto di difendere la cultura e la democrazia, allora, dal punto di vista dei princìpi di Lenin, la stessa politica oggi è ancora più criminale. Non è difficile immaginare come Lenin avrebbe definito gli attuali dirigenti del Komintern, che hanno rilanciato tutti i sofismi della Seconda Internazionale di fronte al declino ancora più profondo della civiltà capitalista.
Il paradosso inquietante è che i patetici epigoni del Komintern, che ne hanno trasformato la bandiera in uno straccio sporco per cancellare le tracce dell’oligarchia del Cremlino, definiscono “rinnegati” coloro che rimangono fedeli alla dottrina del fondatore dell’Internazionale Comunista. Lenin aveva ragione: le classi dominanti non solo perseguitano i grandi rivoluzionari in vita, ma si vendicano anche in modo ancora più sofisticato dopo la loro morte, tentando di trasformarli in icone chiamate a mantenere “l’ordine”. Nessuno è obbligato, naturalmente, ad accettare gli insegnamenti di Lenin. Ma noi, suoi discepoli, non permetteremo a nessuno di deridere questi insegnamenti e trasformarli nel loro opposto! ■
- 1. “L’imperialismo e la scissione del socialismo” (ottobre 1916), in V.I. Lenin, Opere complete, vol. XXIII, Editori Riuniti, Roma 1965, p. 116 [Nota.del.traduttore].
- 2. Conferenza sul tema “Il proletariato e la guerra”. Resoconto giornalistico (1° [14] ottobre 1914), in V.I. Lenin, Opere complete, vol. XXXVI, Editori Riuniti, Roma 1969, p. 211 [N.d.t.].
- 3. “La conferenza delle sezioni estere del Partito operaio socialdemocratico russo”, in V.I. Lenin, (Opere complete, vol. XXI, Editori Riuniti, Roma 1966, p. 142 [N.d.t.`].
- 4. “I Südekum russi” (fine gennaio 1915), ibidem, p. 107 (corsivi nell’originale; Trotsky li omette) [N.d.t.].
- 5. “La guerra e la socialdemocrazia russa” (inizio ottobre 1914), ibidem, pp. 19-20 [N.d.t.].
- 6. “Sotto la bandiera altrui” (dopo il febbraio 1915), ibidem, pp. 124-125 [N.d.t.].
- 7. “La guerra e la socialdemocrazia russa”, cit., p. 24 [N.d.t.].
- 8. “I compiti della socialdemocrazia rivoluzionaria nella guerra europea” (settembre 1914), ibidem, p. 9 [N.d.t.].
- 9. Ibidem, p. 12 [N.d.t.].
- 10. “La conferenza delle sezioni estere del Partito operaio socialdemocratico russo”, cit., p. 146 (corsivo di L. Trotsky) [N.d.t.].
- 11. “A Scliapnikov (17 ottobre 1914), in V.I. Lenin, Opere complete, vol. XXXV, Edizioni Rinascita, Roma 1955, p. 105 (corsivi nell’originale; Trotsky li omette) [N.d.t.].
- 12. “La conferenza delle sezioni estere del Partito operaio socialdemocratico russo”, cit., p. 145 [N.d.t.].
- 13. “Il socialismo e la guerra (L’atteggiamento del POSDR verso la guerra)” (luglio-agosto 1915), in V.I. Lenin, Opere complete, vol. XXI, cit., p. 301 (dove le parole finali sono tradotte, erroneamente, con «sono un’utopia piccolo-borghese») [N.d.t.].
- 14. “Il programma militare della rivoluzione proletaria” (settembre 1916), in V.I. Lenin, Opere complete, vol. XXIII, cit., p. 78 [N.d.t.].
- 15. Ibidem, p. 79 (corsivo nell’originale; Trotsky lo omette); la medesima citazione viene ripetuta nell’articolo “Sulla parola d’ordine del “disarmo” (ottobre 1916), ibidem, pp. 94-95 [N.d.t.].
- 16. “A Scliapnikov”, cit., p. 105 [N.d.t.].
- 17. “Il socialismo e la guerra (L’atteggiamento del POSDR verso la guerra)”, cit., p. 284 [N.d.t.].
- 18. “Il fallimento della II Internazionale” (maggio-giugno 1915), in V.I. Lenin, Opere complete, vol. XXI, cit., p. 222 [N.d.t.].
- 19. Si tratta del titolo di un paragrafo dell’opuscolo “Il socialismo e la guerra (L’atteggiamento del POSDR verso la guerra)”, cit., p. 284 [N.d.t.].
- 20. “La guerra e la socialdemocrazia russa”, cit., p. 24 [N.d.t.]
- 21. “Una voce tedesca sulla guerra” (dicembre 1914), ibidem, p. 82 [N.d.t.].
