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  Iuglio 2026

Trump ordina il blocco petrolifero per strangolare l’isola ribelle


Centinaia di migliaia di manifestanti hanno sfilato il Primo Maggio per protestare contro il soffocante blocco
energetico imposto dall’imperialismo yankee.  (Foto:  Ernesto Mastrascusa/ EFE)

L’articolo che segue è tradotto di Revolución Permanente n. 14 (agosto 2026), il giornale del Grupo Internacionalista, sezione messicana della Lega per la Quarta Internazionale.

Nelle prime ore del 3 gennaio alcuni elicotteri delle forze armate statunitensi hanno sorvolato a bassa quota Caracas. La loro missione: “prelevare” – cioè rapire – il presidente del Venezuela Nicolás Maduro insieme a sua moglie Cilia Flores. Nel corso di quell’attacco 32 ufficiali delle forze armate e dei servizi di sicurezza cubani, che facevano parte della scorta presidenziale venezuelana, sono rimasti uccisi in combattimento dopo aver opposto un’accanita resistenza, secondo una dichiarazione del governo cubano. Era chiaro che la furibonda offensiva imperialista statunitense aveva “l’obiettivo di acquisire il controllo delle enormi riserve petrolifere della Repubblica Bolivariana, le più grandi del mondo, e di preparare il terreno per un attacco controrivoluzionario a Cuba”, come abbiamo affermato in una dichiarazione della Lega per la Quarta Internazionale (LQI) diffusa in quella stessa giornata. “La difesa di Cuba inizia in Venezuela”, proclamavano i cartelli della LQI durante le proteste.

Alla domanda posta dai giornalisti il giorno dopo circa la possibilità che il governo cubano fosse il prossimo obiettivo degli Stati Uniti, il segretario di stato statunitense Marco Rubio – il quale è cresciuto nella comunità di esuli cubani controrivoluzionari di Miami – rispose che ogni funzionario cubano avrebbe dovuto avere questa preoccupazione. Per anni il Venezuela, sotto Maduro e sotto il suo predecessore Hugo Chávez, è stato il principale fornitore di petrolio a Cuba, inviando all’isola circa 35.000 barili al giorno. Ma l’11 gennaio il presidente Donald Trump ha tuonato sul suo social network Truth Social: “NON CI SARÀ PIÙ PETROLIO NÉ DENARO PER CUBA – ZERO!” In seguito, il 29 gennaio, Trump ha firmato l’Ordine Esecutivo numero 14380, nel quale ha affermato che “Cuba costituisce una minaccia insolita e straordinaria (...) per la sicurezza nazionale e per la politica estera degli Stati Uniti”, e ha quindi dichiarato lo “stato di emergenza nazionale” per imporre dazi sulle “importazioni di beni prodotti da un paese straniero che, direttamente o indirettamente, venda o fornisca in altro modo petrolio a Cuba”.

I governi latinoamericani, a cominciare da quello messicano della presidente Claudia Sheinbaum, si sono immediatamente attenuti all’ordine imperialista. Nel 2025 il Messico aveva fornito il 44% delle importazioni di petrolio a Cuba. Il 9 gennaio di quest’anno la petroliera Ocean Mariner ha attraccato all’Avana con un carico di 85.000 barili di petrolio greggio proveniente dal complesso Pemex1 di Pajaritos, nello stato messicano di Veracruz. Dopo di che, il nulla. Quando quella stessa nave è salpata da Barranquilla, in Colombia, il 29 gennaio, con un nuovo carico di olio combustibile, alcune navi da guerra statunitensi le hanno impedito di raggiungere Cuba. Nemmeno la flotta ombra2 ha funzionato. Il sito web Razones de Cuba (gestito dal Ministero degli Interni) ha rivelato che tra il dicembre 2025 e il febbraio 2026 le forze navali statunitensi hanno sequestrato “almeno dieci petroliere collegate alla rete di approvvigionamento cubana” che trasportavano all’incirca 9 milioni di barili. Per quasi tre mesi nemmeno una petroliera ha raggiunto l’isola.

L’impatto è stato drastico. Il gasolio, essenziale per il trasporto su strada, è talmente scarso che spesso è impossibile trovarlo, neanche a prezzi elevati sul mercato nero. La carenza di carburante è stata uno dei fattori che hanno contribuito all’escalation dei blackout, con un collasso totale della rete elettrica il 16 marzo e poi un altro il 21 marzo, che hanno lasciato al buio per molte ore gli 11 milioni di abitanti di Cuba. Un altro fattore è costituito dai guasti alle apparecchiature, dovuti alla mancanza di valuta estera per modernizzare gli impianti dovuta al “normale” blocco imposto a Cuba dall’imperialismo statunitense, che dura ormai da 62 anni, ossia dai primi anni della Rivoluzione Cubana. Al vecchio tentativo di paralizzare economicamente l’isola è andato ora ad aggiungersi il “soffocamento energetico”. L’impero del Nordamerica cerca sempre di “far urlare l’economia” nei paesi presi di mira dalla sua furia anticomunista, come disse il famigerato segretario di Stato di Richard Nixon, Henry Kissinger, a proposito del Cile di Salvador Allende nel periodo che precedette il sanguinoso colpo di stato dell’11 settembre 1973.

Una strada dell’Avana durante il blackout del 16 marzo che ha interrotto l’energia elettrica in tutto il paese. 
(Foto: Yamil Lage / AFP)

L’attuale blocco energetico contro Cuba è un atto di guerra che mira a distruggere l’economia socializzata di questo stato operaio burocraticamente deformato allo scopo di suscitare una controrivoluzione. Con l’attacco del 3 gennaio contro il Venezuela, che l’ha trasformato in uno stato vassallo degli Stati Uniti, Trump ha spianato la strada a un’offensiva su vasta scala contro Cuba. “Credo che avrò l’onore di prendermi Cuba” si è vantato il 17 marzo, all’indomani del massiccio blackout. Il ripristino del capitalismo a Cuba significherebbe lo smantellamento degli straordinari risultati conseguiti nei settori dell’istruzione e della sanità, oltre a una ricomparsa del razzismo contro i neri e l’eliminazione di diritti sociali fondamentali come il libero accesso all’aborto nel quadro di un sistema sanitario socializzato di alta qualità, mettendo così a rischio la massiccia partecipazione delle donne alla vita sociale, e minacciando i diritti democratici e sociali dei gay, delle lesbiche e delle persone trans, tra gli altri.

La Rivoluzione Cubana è in pericolo. In quest'ora di estremo bisogno, Cuba non deve essere lasciata sola. Al movimento operaio – dal Messico e dal Brasile fino al cuore stesso dell’imperialismo statunitense – incombe il dovere di mobilitare la propria forza di classe in difesa di Cuba! E questo dovere comprende la discesa in piazza per esigere la fine dell’“embargo” economico, commerciale e finanziario contro Cuba e per spezzare il blocco petrolifero che sta soffocando l’isola. Sfidando i governi capitalisti complici di Trump, gli operai delle compagnie Pemex in Messico e Petrobras3 in Brasile dovrebbero utilizzare la forza dei sindacati per inviare petrolio a Cuba. Quest’azione dovrebbe includere la raccolta di fondi sindacali per finanziarne l’invio e per fornire a Cuba un’assistenza tecnica specializzata per contribuire a riparare le infrastrutture di produzione d’energia elettrica dell’isola che si stanno deteriorando. Di fronte a un’azione militare, i lavoratori e i giovani negli Stati Uniti dovrebbero riversarsi davanti a Wall Street per chiudere il centro dell’alta finanza capitalista.

Questa necessità urgente di una mobilitazione proletaria in difesa della Rivoluzione Cubana esige che gli sfruttati e gli oppressi rompano con tutti i politicanti e i partiti capitalisti. Tuttavia i capi sindacali traditori, invece di mobilitare la forza della classe operaia, si limitano a implorare i governi borghesi di Claudia Sheinbaum in Messico, di Lula da Silva in Brasile e di Delcy Rodríguez in Venezuela (!) – quegli stessi governi che si sono piegati al diktat di Trump e che non inviano più una sola goccia di petrolio all’isola assediata. In Messico si sono formati alcuni “fronti antimperialisti” impotenti, il cui obiettivo principale è di esercitare pressione e di imbellettare il governo populista borghese del Morena (il Movimiento de Regeneración Nacional della Sheinbaum). È invece necessario forgiare una direzione operaia basata sulla lotta di classe, indipendente da tutte le fazioni della borghesia, e costruire dei partiti operai rivoluzionari leninisti-trotskisti.

L’imperialismo, il blocco economico e lo strangolamento energetico

Il giorno stesso dell’attacco statunitense al Venezuela, nelle manifestazioni a Città del Messico, a Puebla e a Oaxaca, insieme ai nostri compagni dell’Internationalist Group negli Stati Uniti, noi abbiamo sottolineato la necessità urgente di mobilitare la forza della classe operaia a livello continentale per sconfiggere gli imperialisti statunitensi e per difendere Cuba dalla controrivoluzione. Un portavoce del Grupo Internacionalista messicano, parlando dal podio della manifestazione di fronte all’ambasciata statunitense nella capitale messicana, ha affermato:
“L’obiettivo finale di quest’offensiva imperialista non è semplicemente quello di sbarazzarsi del regime chavista in Venezuela.4 È, essenzialmente, quello di distruggere la Rivoluzione Cubana, che più di sessant’anni fa espropriò la borghesia nell’isola caraibica, situata a sole 90 miglia dalla bestia imperialista. Deve esser chiaro che la difesa della Rivoluzione Cubana e delle sue conquiste comincia in Venezuela. E deve essere altrettanto chiaro che si tratta di difendere la proprietà socializzata, l’economia pianificata, ecc., cosa che può essere realizzata unicamente estendendo tali conquiste in tutto l’emisfero, lottando per la rivoluzione socialista internazionale.”

Il 16 gennaio decine di migliaia di persone hanno preso parte, all’Avana, a una manifestazione commemorativa in onore dei 32 ufficiali cubani caduti in combattimento contro l’attacco imperialista statunitense al Venezuela.
(Foto: Prensa Latina)

Nel frattempo, in diverse città cubane, migliaia di persone erano scese in piazza per protestare contro l’attacco al Venezuela. Alcuni giorni dopo si sono radunate in alcune decine di migliaia di fronte alla sede del Ministero delle Forze Armate per rendere omaggio ai 32 ufficiali uccisi, il maggior numero di cubani caduti in combattimento contro gli imperialisti yankee dall’invasione della Baia dei Porci, perpetrata dai gusanos5 che nell’aprile 1961 venne sconfitta dalle forze guidate da Fidel Castro comprendenti le milizie operaie. Il giorno seguente, 16 gennaio, decine di migliaia di persone si sono nuovamente raccolte nella piazza Tribuna Antiimperialista José Martí, di fronte all’ambasciata USA, per condannare l’attacco imperialista statunitense e per opporsi alle minacce dell’aspirante imperatore Trump di interrompere le forniture di petrolio a Cuba. “Qui nessuno si arrenderà” ha dichiarato il presidente cubano e primo segretario del Partido Comunista de Cuba (PCC) Miguel Díaz-Canel, ripetendo la frase iconica gridata dal comandante Juan Almeida Bosque nel dicembre del 1956, quando i pochi sopravvissuti dello sbarco del natante Granma vennero circondati dalle truppe del sanguinario dittatore Batista.6

Nelle settimane successive all’attacco contro il Venezuela – e con la vergognosa collusione del governo messicano (ma anche con l’acquiescenza dei governi della Colombia e del Brasile, altri presunti “alleati” di Cuba) – Trump è riuscito a imporre il blocco militare ed economico più grave contro Cuba da quando l’isola venne accerchiata per 13 giorni, durante la crisi missilistica dell’ottobre 1962.7 Un dettagliato articolo del New York Times (del 20 febbraio 2026), intitolato “Un nuovo blocco statunitense sta soffocando Cuba”, descrive senza tanti fronzoli questo processo di strangolamento:

“Da mesi le petroliere cubane non sono quasi più salpate dalle coste dell’isola. Gli alleati ricchi di petrolio hanno interrotto le spedizioni o si sono rifiutati di accorrere in aiuto. L’esercito statunitense ha sequestrato le navi che sostenevano Cuba. E negli ultimi giorni le imbarcazioni che solcavano il Mar dei Caraibi alla ricerca di carburante per Cuba sono rientrate a mani vuote o sono state intercettate dalle autorità statunitensi.”

Di recente le minacce di Trump si sono fatte più dure. Sebbene una petroliera russa, la Anatolij Kolodkin, sia riuscita a raggiungere Cuba il 31 marzo con un carico di 730.000 barili di petrolio greggio, questo quantitativo basterà a coprire il fabbisogno petrolifero del Paese soltanto per circa due settimane. Interpellata da un giornalista, a proposito della possibilità che al Messico fosse consentito di inviare petrolio a Cuba, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha sottolineato che “nella nostra politica sulle sanzioni non c’è stato nessun mutamento sostanziale. (…) Ci riserviamo ancora il diritto, se legalmente consentito, di sequestrare le navi che siano dirette a Cuba e che violino la politica sanzionatoria degli Stati Uniti” (The New York Times, 31 marzo 2026). Ma al governo statunitense è “legalmente consentito” sequestrare anche le petroliere messicane? Il fatto stesso che il governo di Claudia Sheinbaum senta il bisogno di chiedere l’approvazione degli Stati Uniti per inviare petrolio a Cuba è una chiara dimostrazione dello status semicoloniale del Messico.

Cuba produce soltanto il 30-40% del proprio fabbisogno petrolifero. Quest’approvvigionamento è in gran parte destinato all’alimentazione delle centrali elettriche del paese, poiché il greggio cubano è troppo denso per essere trattato nelle raffinerie dell’isola. In pratica tutto il petrolio utilizzato come benzina, come gasolio e come carburante per aerei deve essere importato. E la rete obsoleta di centrali termoelettriche (metà delle quali risale a prima del 1959) fornisce un approvvigionamento elettrico assai instabile, in parte perché la combustione del greggio cubano ricco di zolfo produce acido solforico che danneggia le caldaie, le turbine e altre apparecchiature. Ancora prima dell’attuale campagna di strangolamento, la situazione energetica di Cuba era piuttosto difficile, e oggi, con solo sette delle dieci centrali termoelettriche in funzione, anche queste funzionano soltanto per una frazione della loro capacità prevista, e questo provoca ripetuti blackout che non solo ostacolano l’economia dell’isola, ma influiscono anche pesantemente sulla vita quotidiana dei suoi abitanti.8

Il blocco economico mira a istigare sommosse controrivoluzionarie

Gli effetti dell’attuale soffocamento energetico si combinano con quelli provocati da oltre sei decenni di assedio imperialista. Quando un sottosegretario di Stato sotto la presidenza di Dwight Eisenhower scrisse un memorandum, il 6 aprile 1960, suggerendo l’imposizione di un “embargo” contro Cuba, egli affermò senza mezzi termini che il suo obiettivo sarebbe stato quello di “far diminuire i salari monetari e reali, provocare la fame e la disperazione, e rovesciarne il governo”. Come abbiamo osservato cinque anni fa, il blocco “è proseguito con i decreti esecutivi dei successivi presidenti degli Stati Uniti fino a quando il democratico Bill Clinton non l’ha trasformato in legge aggravandolo inoltre con il Cuban Democracy Act del 1992 e con il Cuban Liberty and Democratic Solidarity (Helms-Burton) Act del 1996”.9 Nel 2017 il repubblicano Trump ha imposto i suoi famigerati “243 provvedimenti” per rafforzare ulteriormente il blocco, e adesso ha completamente interrotto le forniture di petrolio.


Nella foto: Automobili della polizia cubana rovesciate durante le sommosse antigovernative dell’11 luglio 2021. (Foto: Yamil Lage / AFP)

Tutto ciò ha costretto il governo cubano ad adottare misure drastiche al fine di risparmiare carburante. Il carburante verrà venduto unicamente in dollari, con un limite massimo di 20 litri a persona. Negli uffici pubblici la settimana lavorativa è stata ridotta a quattro giornate. Il servizio interurbano dei treni e degli autobus ha subito limitazioni. L’istruzione universitaria si svolgerà a distanza o in modalità ibrida, con diversi adattamenti nelle scuole secondarie, mentre gli insegnanti, gli studenti e i genitori stanno compiendo enormi sforzi per mantenere aperte le scuole al fine di garantire l’istruzione di base (elementare). Sono in via di installazione ventimila impianti a energia solare in immobili residenziali, 10.000 dei quali sono stati consegnati con procedura accelerata agli operatori sanitari e scolastici. Negli ospedali, durante i blackout, si è dovuti ricorrere all’esecuzione degli interventi chirurgici alla luce dei telefoni cellulari. Anche se, è stato denunciato che “I pazienti cubani stanno morendo a causa del blocco statunitense, affermano i medici” (New York Times, 26 marzo).

L’ospedale pediatrico William Soler dell’Avana nel mese di marzo. A causa delle carenze di carburante
provocate dal blocco statunitense, molti ospedali hanno dovuto effettuare le operazioni chirurgiche
utilizzando la luce dei telefoni cellulari.  (Foto: Jorge Luis Baños / New York Times)

A metà febbraio la società mineraria canadese Sherrit (che estrae cobalto e nichel attraverso una joint venture con il governo cubano a Moa, nella provincia di Holguín) ha annunciato la sospensione delle proprie attività a causa della mancanza di carburante. Il settore industriale dell’economia cubana, un tempo fiorente, è ora in rovina, anche come conseguenza della distruzione controrivoluzionaria dell’Unione Sovietica e degli stati operai burocraticamente deformati dell’Europa orientale, avvenuta tra il 1989 e il 1992. Persino il settore turistico, un tempo considerato come un mezzo per sostenere l’economia cubana, non è riuscito a riprendersi dal periodo pandemico del 2020-2021, quando i viaggi internazionali si sono drasticamente ridotti. Oggi la situazione non fa che peggiorare: oltre metà delle compagnie aeree con voli per Cuba ha sospeso a tempo indeterminato i propri servizi a causa della mancanza nell’isola di carburante per aerei.

13 marzo 2026: sommossa anticomunista di fronte
alla sede del PCC a Morón, nella provincia cubana di
Ciego de Ávila.  (Foto: social media)

Sul fronte politico il blocco energetico che gli Stati Uniti hanno imposto a Cuba sta avendo un certo effetto, sebbene non sia così pesante come vorrebbero gli elementi controrivoluzionari che hanno la loro base a Miami o le agenzie d’intelligence e di provocazione statunitensi. Queste forze auspicano un ripetersi e un intensificarsi delle proteste antigovernative, avvenute l’11 luglio 2021, fino a quando non si trasformeranno in rivolte apertamente controrivoluzionarie. Come scrivemmo all’epoca: “Seppur alimentate dalla disperazione per la penuria di cibo, per la mancanza di medicinali e per le interruzioni di energia elettrica che hanno afflitto l’isola sulla scia della pandemia da coronavirus, le marce sono state istigate, manipolate e sfruttate da forze che cercano di rovesciare la Rivoluzione Cubana. (“La verità sulle proteste a Cuba. Difendere la rivoluzione contro l’imperialismo USA e i suoi scagnozzi”, L’Internazionalista n. 6, giugno 2022).

Lo scorso 13 marzo una manifestazione notturna, nel comune di Morón nella provincia di Ciego de Ávila, è terminata con il saccheggio della locale sede del Partito comunista. Alcuni video, largamente diffusi sui social media da organismi controrivoluzionari e dalla stampa borghese, mostravano una dozzina di giovani che istigavano alla distruzione della sede (che è andata in fiamme), con le apparecchiature informatiche e i suoi mobili compresi. Si possono udire le urla di alcuni manifestanti che sbattono pentole e padelle al grido di “Abbasso il comunismo!” Ora è in corso una campagna mediatica per presentare questo episodio come parte di un’ondata di proteste al suono delle pentole battenti (cacerolazos) e mediante blocchi stradali. “Siamo tutti con Morón!” ha scritto la blogger Yoani Sánchez, finanziata dagli Stati Uniti. Ci sono stati alcuni incidenti di protesta delle pentole battenti che esprimevano frustrazione durante o dopo i prolungati blackout e chiedevano al governo di intervenire, episodi che non sono stati né molto diffusi né apertamente politici.

Ciò che è in atto, comunque, è un’evidente campagna anticomunista volta a incitare alla rivolta. Se si arriverà a questo, i lavoratori dotati di una coscienza di classe e tutti i difensori della Rivoluzione Cubana dovranno mobilitarsi per contrastare qualsiasi azione controrivoluzionaria e pro-imperialista.

No alle “riforme” suicide che mirano a ripristinare il capitalismo!

Dopo aver annunciato a caratteri cubitali che Cuba non avrebbe ricevuto una sola goccia di petrolio, Trump – con il suo tipico tono da bullo – ha esortato il governo cubano a “trovare un accordo”. Che tipo di accordo potrebbe mai essere questo, con una pistola puntata alla tempia? Alla fine di febbraio il segretario di stato statunitense Marco Rubio ha dichiarato, dopo un incontro con i leader caraibici, che se il governo dell’isola “volesse attuare quelle riforme drastiche che aprono la strada alla libertà economica e, alla fine, anche politica”, gli Stati Uniti l’appoggerebbero. Non ha specificato di quali “riforme” stesse parlando. Due settimane dopo da Washington è trapelata la notizia che, come precondizione, il presidente cubano e capo del PCC Díaz-Canel avrebbe dovuto dimettersi, ma che la data del “cambiamento di regime” poteva essere posposta. La qual cosa ha suscitato malcontento nell’ambiente dei gusanos in Florida. In ogni caso, non c’è dubbio sul fatto che le “riforme” richieste dagli Stati Uniti puntino allo smantellamento dell’economia socializzata.

Tuttavia i dirigenti cubani non stanno rispondendo con un “no” categorico. Al contrario, il 2 marzo Díaz-Canel ha dichiarato: “Dobbiamo concentrarci immediatamente sulla realizzazione dei cambiamenti urgenti e maggiormente necessari che devono essere apportati al modello economico e sociale" (La Jornada [Messico], 2 marzo). Queste “trasformazioni” sarebbero legate all’“autonomia delle imprese e dei comuni e al ridimensionamento dell’apparato statale, del governo e delle istituzioni”. Ancor più inquietante è stato l’annuncio del ministro cubano del Commercio e degli Investimenti esteri, Óscar Pérez-Oliva Fraga, secondo cui il governo consentirà investimenti da parte di “cubani residenti negli Stati Uniti e dei loro discendenti”. In un’intervista all’emittente statunitense NBC, Pérez-Oliva ha affermato che questa politica sarà applicata “agli investimenti – non soltanto a quelli di piccola entità, ma anche a quelli di vasta portata, soprattutto nelle infrastrutture”. E ha concluso: “Cuba è aperta all’instaurazione di un rapporto commerciale fluido con le aziende statunitensi.”

Le “riforme” economiche proposte dal governo cubano stanno incoraggiando le forze pro-capitaliste all’interno dell’isola. Le recenti proposte di Díaz-Canel e di Pérez-Oliva vanno ad aggiungersi agli emendamenti del 2019 alla Costituzione, che hanno fornito una base costituzionale alla proprietà privata di alcuni mezzi di produzione, come ai provvedimenti adottati nel 2020 tendenti a rafforzare il settore privato dell’economia a scapito della pianificazione economica centralizzata attraverso la messa in atto del cosiddetto “Tarea Ordenamiento” (“Compito di Ordinamento”).10 Alla fine del 2021, in seguito alle proteste di luglio, fu consentita l’apertura di micro, piccole e medie imprese (Mypmes). Di conseguenza, “adesso ci sono ‘bodegones’ – piccoli negozi – ben forniti di prodotti biologici nazionali e d’importazione di alta qualità a prezzi elevati, dove soltanto la classe medio-alta fa frequentemente la spesa” osserva la sociologa Mayra Paula Espina dell’Università dell’Avana.

Questa sociologa è citata in un approfondito reportage della BBC (del 10 marzo 2026) intitolato “Come l’apertura di negozi privati di alimentari ​​a Cuba ha messo in luce la diseguaglianza ‘invisibile’”. Secondo le statistiche ufficiali, alla fine del 2024 risultavano registrate circa 10.000 Mipymes, il 60% delle quali all’Avana. Sebbene il settore privato abbia ancora dimensioni ridotte – un fatto, questo, riconosciuto perfino dal segretario di stato americano Rubio – questo sta già conquistando forza e riconoscimento quale veicolo per la restaurazione del capitalismo a Cuba. In un articolo informativo e interessante (“Cuba tra gli Stati Uniti e il ‘capitalismo del disastro’”, Insurgente, 26 marzo 2026), l’accademico cubano Javier Gómez Sánchez analizza le proposte avanzate da economisti vicini alla burocrazia governativa e da alcuni investitori cubano-americani che già operano nell’isola, i quali – a differenza dei primi gusanos ex sostenitori di Batista – prevedono l’attuazione di “riforme” per placare gli imperialisti, pur mantenendo un’indipendenza formale rispetto ai diktat di Trump.

Uno dei personaggi presi in esame è l’imprenditore Hugo Cancio (che lasciò Cuba nel 1980 con la sua famiglia durante l’esodo di Mariel e che adesso gestisce varie aziende capitaliste nel paese), proprietario della rivista On Cuba. In un recente articolo, Cancio – da tempo oppositore dell’embargo statunitense contro Cuba che ha promosso il “disgelo cubano-americano” durante la presidenza di Barack Obama – esorta il governo dell’isola a realizzare con urgenza riforme di libero mercato per “influenzare il ritmo, la portata e la natura di questa trasformazione” e per impedire che “gli eventi vengano influenzati dall’estero piuttosto che dalle istituzioni del paese stesso”.11 Gómez Sánchez cita inoltre il politologo Rafael Hernández, direttore della rivista Temas, il quale ha dichiarato che: “Molti problemi che sono all’ordine del giorno delle riforme cubane fanno parte di ambiti che si sovrappongono all’agenda statunitense riguardo a Cuba. Tra questi c’è, ad esempio, l’espansione del settore privato.”12

Ovviamente, come riconoscono tanto i gusanos cubani quanto gli imperialisti yankee, una nuova liberalizzazione dell’economia a favore delle imprese private sarebbe, di per sé stessa, ben lontana da un ripristino del dominio di classe capitalista. Ma si tratta di un passo minaccioso che incoraggerebbe la crescita delle forze pro-capitaliste a Cuba. Hernández chiarisce il suo obiettivo. Egli propone: “7. Sostituire la pianificazione economica centralizzata con lo stanziamento delle risorse materiali e finanziarie ereditate dall’URSS. Istituire il mercato come regolatore dell’economia statale e non statale”. Gómez Sánchez sottolinea giustamente che tali proposte presentano “un falso dilemma in cui l’‘accavallarsi’ dell’agenda deve essere realizzato o attraverso il capitalismo ‘cubano’ o attraverso il capitalismo ‘pro-americano’. Ma si tratta, per dirla in breve, pur sempre di capitalismo.” Ogni comunista rivoluzionario deve opporsi a simili piani di restaurazione capitalista.

In una situazione d’emergenza, come quella che si sta attualmente sviluppando a Cuba, non si possono escludere misure limitate che consentano all’iniziativa privata di fornire alla popolazione energia e beni di consumo – superando con ciò alcune delle strettoie di un’economia fortemente burocratizzata – a condizione che venga mantenuto il controllo da parte dello stato operaio e che venga contrastato il pericoloso aumento delle disuguaglianze. Alcuni dei fautori più scaltri delle “riforme” di libero mercato fanno riferimento alle esperienze della Cina e del Vietnam o alla NEP (Nuova Politica Economica) degli anni Venti nella Russia sovietica. Tuttavia queste situazioni erano completamente diverse da quella odierna di Cuba, e comunque racchiudono tutte un potenziale a favore della controrivoluzione capitalista. I settori capitalisti significativi in Cina e in Vietnam stanno promuovendo forze borghesi che, nel lungo periodo, si scontreranno inevitabilmente con le basi dello stato operaio deformato.

Una misura estremamente pericolosa attualmente in vigore è quella di consentire a società private e a singoli individui di importare il petrolio. L’annuncio è stato dato il 6 febbraio scorso dal ministro del commercio estero Pérez-Oliva. Poco tempo dopo il Miami Herald (del 25 febbraio 2026) ha riferito che i dipartimenti del Commercio e del Tesoro degli Stati Uniti stavano emanando nuove linee guida per l’invio di petrolio a enti non governativi di Cuba. Ciò sta già accadendo su piccola scala mediante la spedizione di cisterne ISO13 di gasolio alle Mipymes. E adesso potrebbe avvenire su larga scala. Questo non solo infrangerebbe il monopolio statale del commercio estero, ma fornirebbe anche agli Stati Uniti uno strumento per ricattare Cuba, mettendo potenzialmente in crisi la sua esistenza. Il Miami Herald ha citato una fonte secondo la quale “non c’è nulla di più in linea con la Dottrina Donroe14 che rendere Cuba dipendente dagli Stati Uniti”.

19 marzo 2026: un camion appartenente a una compagnia privata che trasporta una cisterna ISO di carburante importato, parcheggiato di fronte a una stazione di servizio all’Avana. (Foto: Adalberto Roque / AFP)

Un imprenditore privato cubano ha spiegato al Miami Herald perché il governo dell’isola non interverrà: “È come ciò che è accaduto con il pollame. Nel momento stesso in cui un carico di polli viene confiscato, non ci saranno più polli sul mercato. La stessa cosa avverrà con le cisterne ISO.” Gómez Sánchez lo spiega chiaramente:

“Nel 2021 il mercato dei prodotti alimentari di base è stato quasi completamente privatizzato. Adesso, nel 2026, l’obiettivo è che un altro prodotto ad alto impatto sociale – come il carburante – passi dall’essere gestito interamente dallo stato all’essere sottoposto a interventi e controlli privati. Tra il 2023 e il 2025 Cuba ha già attraversato diversi episodi di carenza di prodotti, deliberatamente indotta allorché lo stato cercò di imporre dei controlli sui prezzi delle vendite private di pollame, oppure quando la catena di distribuzione e l’accaparramento speculativo fecero lievitare il prezzo della farina. Con il carburante in mani private, un nuovo prodotto – che ha un valore strategico per eccellenza per la stabilità di un paese – cadrebbe preda di (…) operazioni di destabilizzazione economica.”

Di fronte a una pressione imperialista senza precedenti e alle inefficienze della gestione burocratica dell’economia, l’unica via d’uscita che la burocrazia castrista al governo a Cuba è in grado di intravvedere consiste nel fare concessioni ai voraci imperialisti statunitensi, nel tentativo di “coesistere pacificamente” con loro. Ma anche se a Cuba venissero attuate tutta una serie di “riforme” privatizzatrici, la verità è che neppure queste placherebbero la furia controrivoluzionaria di Trump e del suo falco gusano Marco Rubio. L’unico modo in cui essi prevedono di vendicare l’affronto rappresentato dall’espropriazione della borghesia a sole 90 miglia dagli Stati Uniti è quello che passa attraverso la distruzione controrivoluzionaria dello stato operaio cubano burocraticamente deformato e il ripristino del dominio capitalista. Gli imperialisti e i gusanos vogliono “riprendersi” Cuba. E se ci riusciranno, scateneranno un bagno di sangue di una brutalità del tutto prevedibile.

I “socialisti” riformisti abbandonano Cuba

A metà marzo il presidente Trump si vantava: “Credo proprio che avrò l’onore di prendermi Cuba”, di “impadronirmi di Cuba in un modo o nell’altro. (...) Penso di poterne fare quello che voglio.” E comunque, “prima di Cuba ci occuperemo dell’Iran”. Di fronte a questa sfrontata minaccia di violentare Cuba, qual è stata la reazione? Colpisce che i governi nazionalisti borghesi “progressisti” (Brasile, Colombia, Messico) – tutti esportatori di petrolio – non abbiano mosso un dito per inviare a Cuba il liquido vitale di cui ha bisogno per far fronte alle mortali minacce imperialiste. Persino il New York Times (del 17 marzo 2026), portavoce ufficioso dell’imperialismo yankee, ha significativamente titolato un articolo: “L’America Latina è pronta a lasciare Cuba?” E dove sono le proteste di massa contro il pescecane imperialista che vuole divorare il “primo territorio libero delle Americhe” che per decenni è stato il faro della sinistra latinoamericana?

Il fatto è che gran parte della sinistra ha abbandonato la Rivoluzione Cubana di fronte alla minaccia controrivoluzionaria, e l’ha fatto da anni. Tra le più ripugnanti vi sono alcune organizzazioni socialdemocratiche che utilizzano abusivamente la denominazione “trotskista”, ma che non fanno altro che perpetuare l’eredità del camaleontico leader argentino Nahuel Moreno. La propaganda morenista contro “la dittatura cubana” è spesso indistinguibile da quella dei gusanos anticomunisti. La voce principale di questo coro controrivoluzionario è la Lega Internazionale dei Lavoratori-Quarta Internazionale (LIT, dalle sue iniziali in spagnolo), la quale sostiene che una controrivoluzione capitalista abbia già avuto luogo a Cuba e che la burocrazia dominante sia una classe sociale sfruttatrice. Un recente articolo15 di Eduardo Almeida Neto, dirigente del Partido Socialista dos Trabalhadores Unificado (PSTU) del Brasile, la sezione di punta della LIT, afferma:

“Dopo la restaurazione del capitalismo nell’URSS, guidata dalla burocrazia stessa, Cuba cominciò a seguire la medesima strada. Negli anni Novanta il regime burocratico stesso mise fine al monopolio del commercio estero e alla pianificazione economica e avviò la privatizzazione delle aziende statali. Aprì il paese alle imprese multinazionali, una mossa, questa, sfruttata dall’imperialismo europeo per insediarsi nell’isola. Iniziò così ad emergere una nuova borghesia cubana, radicata nell’apparato statale e collegata alle multinazionali europee.”

L’affermazione secondo cui Cuba è già capitalista sarebbe una grossa sorpresa per gli imperialisti statunitensi, che da 65 anni cercano di rovesciare la “Cuba comunista” e che a partire dagli anni Novanta hanno speso oltre un miliardo di dollari per abbatterla. La tesi del LIT si colloca inoltre in diretta opposizione rispetto all’analisi marxista di Lev Trotsky sulla doppia natura della burocrazia stalinista che, dopo la morte di Lenin avvenuta nel 1924, usurpò il potere politico nello stato operaio sovietico. Questo strato doveva i suoi privilegi al fatto di essere un’escrescenza parassitaria insediatasi sulle basi sociali ed economiche dello stato operaio. Altrettanto erronea è l’affermazione del LIT secondo cui la burocrazia avrebbe diretto la controrivoluzione nell’URSS – una menzogna, questa, che serve a giustificare il tradimento dei morenisti, i quali acclamarono la presa del potere di Boris Eltsin nel 1991. Dopo aver rotto con la burocrazia, che aveva spianato la strada alla controrivoluzione, questo ex-stalinista divenne l’uomo degli imperialisti statunitensi a Mosca, guidando la restaurazione del dominio capitalista.

Quando oggi i riformisti pseudo-trotskisti della LIT e altri esponenti della tradizione morenista affermano che a Cuba è stato restaurato il capitalismo, essi intendono suggerire che non ci sono più conquiste della Rivoluzione da difendere. Costoro non riescono a spiegare perché gli imperialisti e i veri capitalisti controrivoluzionari siano così determinati a rovesciare il regime, spingendosi fino al punto di imporre un taglio totale delle forniture petrolifere che potrebbe portare al collasso economico. Se l’articolo della LIT/PSTU è intitolato “In difesa di Cuba contro l’attacco imperialista di Trump!”, è per inquadrare la questione sulla base democratico-borghese della sovranità, esattamente come fanno i suddetti elementi capitalisti “patriottici”. E i morenisti non avranno maggiore successo di questi ultimi, giacché un’autentica restaurazione capitalista porterebbe inevitabilmente alla subordinazione semicoloniale dell’isola, proprio come ai tempi dell’Emendamento Platt,16 quando per un quarto di secolo Cuba ebbe a godere di una “indipendenza” fittizia quale protettorato statunitense.

Tra i gruppi che sono emersi dall’ovile morenista, quella che impropriamente si autodefinisce “Frazione Trotskista” (FT) – ribattezzata alla fine dell’anno scorso col nome di Corrente Rivoluzione Permanente-Quarta Internazionale (CRP) – ha adottato una posizione critica nei confronti del “Maestro” (Moreno), pur continuando a mantenere la sua prospettiva stalinofoba. In un articolo sulle proteste dell’11 luglio 2021, la FT ha espresso il proprio disaccordo rispetto alla posizione di “alcune correnti che pretendono di essere trotskiste” (ossia i vari gruppi morenisti), le quali “ritengono che la restaurazione sia un processo già concluso” e che, pertanto, a Cuba si debba combattere contro la “dittatura capitalista”. Nello stesso tempo, pur continuando a considerare formalmente Cuba come uno stato operaio burocraticamente deformato, la FT/CRP scrive che “le forze principali della restaurazione interna risiedono nello stato stesso – nei livelli superiori della burocrazia del Partito comunista e, in particolare, nel comando delle forze armate – e nei settori proto-borghesi” delle micro, piccole e medie imprese.17

Oggi la CRP fa semplicemente riferimento alla “burocrazia restaurazionista del Partito comunista”.18 Ma se il PCC stesse davvero cercando di restaurare il capitalismo, o anche se fosse “soltanto” una questione riguardante i livelli superiori dello Stato, ci si potrebbe chiedere: perché queste forze non sono riuscite a instaurare un dominio capitalista? Dopotutto esse controllano tutte le leve dell’apparato statale. La risposta a questo rompicapo è che la premessa è errata. Sebbene la burocrazia abbia emanato innumerevoli riforme pro-capitaliste, risalenti al “periodo speciale” degli anni Novanta, quando ebbero fine gli aiuti sovietici, essa mantiene ancora il suo duplice carattere e a volte ha bisogno di difendere, alla propria maniera burocratica, le basi dello stato operaio. In secondo luogo, l’imperialismo (così come i suoi agenti tra i gusanos di Miami) non è interessato a compromessi con il PCC, ma cerca di distruggere lo stato operaio da cima a fondo. Questo rimane vero nonostante le proposte edulcorate di Trump e Rubio per un “accordo” con il regime. Ben presto daranno la caccia ai suoi capi, letteralmente.

La CRP centrista è solita utilizzare linguaggi contrastanti. Ad esempio, in un articolo parla del recente saccheggio della sede del PCC facendo riferimento allo scoppio di “proteste a Morón causate dalle ripetute interruzioni di corrente elettrica e dalla crisi sociale esacerbata dal blocco energetico imperialista” (Izquierda Diario, 14 marzo). Ma nella stessa data ha ripubblicato un post dal Blog Comunistas Cuba (BCC), attribuito all’ex-accademico Frank García Hernández, a proposito della sommossa controrivoluzionaria, nel quale si legge:

“Quest’azione dev’essere interpretata nel contesto di una frustrazione diffusa, aggravata dal fatto che il governo è privo di qualsiasi legittimità politica. L’attacco alla sede del PCC a Morón non dev’essere considerato come un atto anticomunista, bensì come la tipica esplosione sociale che si scatena contro tutte le strutture del potere costituito.”

Sebbene i manifestanti gridassero “Abbasso il comunismo!”, l’articolo li scusa affermando che: “I manifestanti non stanno attaccando il comunismo in quanto ideologia, ma come sistema che li ha portati alla loro terribile situazione attuale.” La CRP è diventata il principale promotore del BCC, le cui politiche non hanno nulla a che vedere con il comunismo. Anzi, esso funge da valvola di sfogo anticomunista per ex comunisti disillusi della varietà “Il Dio che ha fallito”.

Sia la FT/CRP sia il BCC, entrambi, hanno adottato il famoso “metodo” tramandato da Nahuel Moreno: accodarsi a qualsiasi “movimento di massa”, indipendentemente dal suo programma politico. (Moreno si è via via presentato come peronista, castrista, maoista, guevarista e sandinista prima di stabilizzarsi – più o meno – come socialdemocratico di sinistra.) La Lega Comunista Internazionale (LCI) si è unita a questo gregge di opportunisti convinti. Il 6 febbraio ha pubblicato un rapporto superficiale basato su impressioni raccolte da alcuni dei suoi sostenitori durante un viaggio turistico nella parte orientale di Cuba. Oltre a tessere gli elogi del BCC – pur non condividendo l’“analisi” di quest’ultimo secondo cui il capitalismo è già stato restaurato a Cuba (e in Cina) – questi ex-trotskisti ci attaccano per la nostra posizione sulle proteste dell’11 luglio 2021, che essi descrivono come frutto della “politica fluttuante” della burocrazia castrista:

“La prima ondata di proteste si è verificata nel bel mezzo della pandemia, nel luglio 2021, quando, in tutto il paese, i manifestanti sono scesi in piazza contro i lockdown imposti a causa del Covid e contro le carenze di cibo e di medicinali. Sebbene alcuni di loro fossero chiaramente animati dall’anticomunismo (i mass media statunitensi hanno enfatizzato gli slogan ‘Abbasso il comunismo!’), l’enorme ampiezza delle proteste in circa 30 città ha dimostrato che non si trattava fondamentalmente di una rivolta di destra orchestrata dagli Stati Uniti, com’è stato invece affermato dal governo Díaz-Canel e da alcuni gruppi marxisti (ad esempio, la Lega per la Quarta Internazionale).”
– “Cuba Under Siege. An Eyewitness Report”, Workers Tribune, supplemento del 7 febbraio 2026.

Secondo questi elementi deliranti, la natura diffusa di quelle proteste simultanee del 2021 viene considerata come dimostrazione del fatto che esse non costituiscono una minaccia! Per chi fosse interessato, rimandiamo al nostro articolo “La verità sulle proteste a Cuba. Difendere la rivoluzione contro l’imperialismo USA e i suoi scagnozzi”, citato più sopra, che spiega in dettaglio come i gusanos abbiano sfruttato il malcontento popolare per sobillare tali proteste.

Per la difesa rivoluzionaria di Cuba!

Nel luglio 2021 l’allora presidente messicano Andrés Manuel López Obrador (il cui nome viene solitamente abbreviato in AMLO), fondatore del Movimiento de Regeneración Nacional (Morena) populista borghese, affermò che Cuba era la “nuova Numantia”. Esprimendo ammirazione per il popolo dell’isola assediata, AMLO paragonava Cuba alla città celtiberica di Numantia, situata nella parte settentrionale dell’odierna Spagna, che nel 133 a.C. resistette eroicamente all’assedio imposto da Roma. Dopo 15 mesi d’assedio per mano del famoso generale Scipione l’Africano, i sopravvissuti, ridotti alla fame, decisero di suicidarsi piuttosto che arrendersi alle truppe romane. La prospettiva di AMLO è quella di un politicante nazionalista borghese che arriva ad ammirare la resistenza di una popolazione assediata dall’imperialismo, ma che è impotente nell’assisterla. E non si tratta di un caso: nonostante tutte le loro “buone intenzioni”, AMLO e l’attuale presidente messicana Sheinbaum, si sono piegati ai diktat dell’impero del Nordamerica – di entrambi, sia Biden sia Trump – agendo da guardie di frontiera degli Stati Uniti e, adesso, privando Cuba di una vitale ancora di salvezza.

Cuba non deve diventare una nuova Numantia. Oggi la Rivoluzione Cubana si trova nella situazione più pericolosa che abbia mai affrontato dalla sua nascita. I suoi nemici ritengono che l’isola sia più isolata che mai, senza il petrolio sovietico, venezuelano o messicano. L'aspirante imperatore Trump esige che i dirigenti cubani si arrendano o sacrifichino il loro capo per la gloria dell’impero. Di fronte alle difficoltà imposte dal blocco e all’incapacità del regime di far fronte a questo pericolo mortale, la burocrazia governativa vede, come unica “via d’uscita”, un’adozione sempre crescente di misure capitalistiche per “rivitalizzare” l’economia – ma senza successo. Noi comunisti rivoluzionari, noi trotskisti, sosteniamo la strada opposta. Quello che serve è risvegliare la creatività, l’impegno e la determinazione della classe operaia e di tutti coloro che difendono le conquiste storiche di Cuba con una rivoluzione politica proletaria che ponga i lavoratori al comando della gestione dello Stato operaio attraverso la democrazia proletaria dei consigli operai (soviet) e con una direzione internazionalista rivoluzionaria.

Il destino della Cuba rivoluzionaria non è ancora deciso. In ultima analisi, esso dipende dalla mobilitazione della classe operaia a livello internazionale, affinché accorra in aiuto del popolo cubano. Al di là del blocco petrolifero che minaccia di soffocare il paese, la crisi attuale dimostra l’impossibilità di costruire il “socialismo in un paese solo” – dogma caratteristico dello stalinismo – soprattutto in un’isola situata a 90 miglia dall’impero più potente del mondo. L’attacco al Venezuela e l’assedio di Cuba dimostrano che tutti i popoli sfruttati e oppressi dell’America Latina sono nel mirino di Trump. Delle mobilitazioni operaie di massa in difesa di Cuba e contro l’imperialismo possono mandare all’aria il meccanismo del dominio statunitense e collegarsi alla lotta dei lavoratori statunitensi contro la repressione razzista dei neri e dei latinos, contro le deportazioni di massa e le guerre infinite scatenate da entrambi i partiti imperialisti. A tale riguardo, rileviamo che il governatore democratico della California, Gavin Newsom, sta elogiando gli attacchi di Trump contro Cuba.

Oggi è urgente lottare per garantire le forniture di petrolio a Cuba. In Messico e in Brasile si sono svolte proteste della sinistra, e perfino (in Brasile) una manifestazione di operai petroliferi, che esigevano dai loro rispettivi governi nazionalisti l’invio di petrolio greggio all’isola assediata. Ma, data la sottomissione dei nazionalisti borghesi ai padroni imperialisti, è la classe operaia stessa che deve assumersi questo compito. Che i sindacati raccolgano fondi per acquistare carburante! Le flottiglie dirette a Gaza e a Cuba sono diventate famose – che siano dunque gli stessi operai petroliferi a caricare le petroliere e a salpare verso Cuba da Rio de Janeiro, da Coatzacoalcos o da Tuxpan, il porto messicano da cui salpò il Granma nel 1956! Allora vedremo che cosa faranno i pirati yankee che si aggirano nei Caraibi. Potrebbero finire per scatenare un’esplosione di rabbia in tutto il continente.

La rete elettrica cubana sta rischiando il collasso. I 20.000 moduli fotovoltaici che il governo sta installando sono una goccia nell’oceano. Nel 2021 abbiamo spiegato che, attraverso la creazione di consigli operai, i dipendenti della Unión Eléctrica (la rete delle grandi centrali elettriche statali) e degli impianti locali di “generazione distribuita” (che raccolgono energia da varie fonti, compresi i pannelli solari) potrebbero unire le loro forze per far fronte alle interruzioni di corrente, organizzando misure d’emergenza nelle loro comunità. Facciamo appello ai sindacati operai del settore elettrico in tutte le Americhe affinché inviino squadre con materiali per riparare i guasti e specialisti che risolvano i problemi derivanti dall’utilizzo di macchinari obsoleti. La classe operaia dovrebbe inoltre fare appello alla Repubblica Popolare Cinese affinché accorra in aiuto del suo fratello, lo Stato operaio cubano, inviando navi cariche di milioni di pannelli solari – di cui essa è la maggiore produttrice al mondo – e tecnici per contribuire alla loro installazione. Un simile gesto incoraggerebbe gli operai di tutto il mondo a ribellarsi alla furia del mostro imperialista ferito che, nel suo repentino declino, si agita in tutte le direzioni.

A Cuba, il compito da assolvere è quello di formare dei consigli operai per difendere le conquiste della Rivoluzione. Occorre respingere tutti gli attacchi contro i sistemi pubblici dell’istruzione e della sanità, che sono i fiori all’occhiello del popolo cubano! I comitati di fabbrica e nei vari luoghi di lavoro devono unirsi in un’assemblea nazionale dei lavoratori dell’economia socializzata. La distribuzione del cibo e dei beni di prima necessità nelle zone sottoposte a rischio deve essere riorganizzata mediante squadre di lavoratori volontari che siano in grado di stabilire un rapporto con la popolazione povera e di incoraggiare la realizzazione di progetti comuni per riparare i danni e apportare miglioramenti in maniera collettiva. Occorre altresì lottare per la libertà d’azione politica dei partiti e delle organizzazioni che difendono la rivoluzione e le sue conquiste. E contro i misfatti e i sabotaggi di una burocrazia farraginosa è necessario unire i comunisti autentici in un partito basato sul programma rivoluzionario e internazionalista di Lenin e Trotsky.

La lotta per difendere Cuba è in realtà inseparabile dalla battaglia per la rivoluzione socialista internazionale. In tutto il mondo è necessario rompere con i partiti borghesi – siano essi imperialisti, come i Democratici negli Stati Uniti, o nazionalisti-populisti, come il Morena in Messico – e con i socialdemocratici riformisti e gli stalinisti che lavorano per subordinare la classe operaia al capitalismo, come il Partido dos Trabalhadores in Brasile. Dalla guerra contro l’Iran fino all’assedio di Cuba, la situazione attuale evidenzia la necessità urgente di formare dei partiti operai rivoluzionari leninisti-trotskisti nella lotta per ricostruire la Quarta Internazionale in quanto partito mondiale della rivoluzione socialista. A tal fine, la Lega per la Quarta Internazionale – comprese le sue sezioni statunitense, messicana e brasiliana – lavora per la difesa di Cuba e per la lotta per sconfiggere la controrivoluzione ovunque essa alzi la testa.  ■

Il Grupo Internacionalista esige petrolio per Cuba!


(Foto: Jay Watts)

In risposta al nuovo blocco petrolifero imperialista contro Cuba imposto dal governo statunitense di Donald Trump e alla capitolazione del governo della presidente messicana Claudia Sheinbaum di fronte al diktat di Trump, il Grupo Internacionalista (GI), sezione messicana della Lega per la Quarta Internazionale, ha messo in moto una campagna sindacale per raccogliere fondi destinati all’acquisto di petrolio per Cuba. La compagna Sherezada Leyva del GI ha preso la parola il 1° febbraio (nella foto qui sopra) dal palco di una manifestazione del Movimiento Mexicano de Solidaridad con Cuba svoltasi di fronte all’ex ambasciata degli Stati Uniti a Città del Messico. Una nota apparsa quel giorno stesso nel giornale La Jornada ha riferito quanto segue:

“Da parte sua, il Grupo Internacionalista/LQI ha rimproverato il governo della presidente Claudia Sheinbaum Pardo per aver presuntamente ceduto al volere degli Stati Uniti.
“‘Ad esempio, nei recenti negoziati svoltisi in relazione al trattato di libero commercio tra Messico, Canada e Stati Uniti, Claudia Sheinbaum ha risposto in maniera piuttosto capitolarda alla politica di Donald Trump di chiudere il rubinetto del petrolio. Come sappiamo, dopo il rapimento di Maduro in Venezuela il Messico è diventato il fornitore numero uno per l’invio di petrolio a Cuba. Adesso però anche la Pemex ha avvertito che interromperà le forniture di petrolio’, ha affermato Sherezada Leyva, che fa parte del Grupo Internacionalista.
“Ha inoltre accusato il governo del Morena di mantenere una politica subordinata agli Stati Uniti allorché consente le esercitazioni militari del Southern Command statunitense nella penisola dello Yucatán, che – a suo dire – sono dirette contro Cuba, e di rafforzare una politica migratoria restrittiva nel nord del paese attraverso la Guardia Nacional.

Campagna sindacale di raccolta fondi per inviare petrolio e materiali educativi e medici all'isola assediata dall'imperialismo

Lavoratori messicani: per difendere Cuba
occorre spezzare il blocco petrolifero yankee!

Gli Stati Uniti stanno imponendo a Cuba un’asfissia economica per distruggere lo Stato operaio nato dalla Rivoluzione Cubana del 1959 e per imporre nuovamente il dominio imperialista. Nonostante le sue deformazioni burocratiche, l’economia collettivizzata e pianificata di Cuba ha compiuto enormi progressi nei settori dell’istruzione e della sanità, che costituiscono un faro per i lavoratori di tutto il mondo.

Oggi queste conquiste sono in pericolo. Il blocco energetico imposto dal presidente nordamericano Donald Trump cerca di stringere la morsa fino ad asfissiare l’isola per mancanza di carburante. Dal 3 gennaio a Cuba non arriva più petrolio dal Venezuela, e l’ultimo carico petrolifero proveniente dal Messico risale all’8 gennaio.

Compagna lavoratrice, compagno lavoratore: i sindacati dell’istruzione, della sanità e dell’industria energetica devono farsi carico della difesa di Cuba. Di fronte alla sottomissione della presidente Claudia Sheinbaum al diktat imperialista di Trump, spetta soprattutto al movimento operaio mobilitare la propria forza per spezzare il blocco criminale, anche raccogliendo fondi per acquistare e organizzare l’invio di petrolio a Cuba! Dobbiamo inoltre raccogliere materiali educativi e sanitari per inviarli con urgenza all’isola assediata.

Questa campagna non ha lo scopo di raccogliere un’elemosina, ma di mobilitare la solidarietà di classe con la Rivoluzione Cubana. Perciò occorre rompere con i capitalisti, con i loro politicanti e con i loro partiti, compresi il Movimiento de Regeneración Nacional (Morena), il Partido Revolucionario Institucional, il Partido Acción Nacional, il Partido del Trabajo, il Partido Verde Ecologista de México, ecc. Non dimentichiamoci che almeno tre settimane prima dell’Ordine Esecutivo di Trump del 29 gennaio, con il quale egli minacciava di imporre dazi doganali ai paesi terzi che vendono petrolio a Cuba, la compagnia petrolifera di Stato messicana Pemex aveva annullato tutti gli invii di petrolio all’isola.

La presidente Sheinbaum ha fatto ricorso a manovre politiche per presentare la propria capitolazione a Trump come una decisione “sovrana”. Ha poi cercato di nascondersi dietro alla foglia di fico della spedizione di tre navi militari cariche di aiuti umanitari: 3.125 tonnellate di riso, fagioli, latte in polvere, ecc. Questi invii comprendono materiali raccolti dalle organizzazioni sociali. Ma Cuba ha bisogno di petrolio, anche per distribuire questi “aiuti umanitari”. Di fatto, il governo messicano è complice dell’offensiva controrivoluzionaria di Trump e della comunità dei gusanos cubani esuli a Miami.

Molti lavoratori in Messico se ne rendono conto. A metà gennaio, in risposta all’attacco nordamericano contro il Venezuela, il Sindicato Mexicano de Electricistas (SME) ha promosso la formazione del Frente Antiimperialista Mexicano (FAM), una coalizione di sindacati e di organizzazioni rurali e urbane con elementi del Morena, il partito populista borghese di AMLO e della Sheinbaum. Questa coalizione collaborazionista di classe non ha fatto nulla per mobilitare la forza della classe operaia, deviando il desiderio dei lavoratori di sostenere Cuba verso suppliche al governo che aveva annullato le spedizioni di petrolio all’isola.

Più di recente, il 5 febbraio, il Sindicato Independiente de Trabajadores de la Universidad Autónoma Metropolitana (SITUAM) ha fatto appello alla formazione del Frente Popular y de Trabajadores Antiimperialista y Antifascista (FPTAA), che comprende sia lo SME che la Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación (CNTE) degli insegnanti dissidenti. L’obiettivo di questo nuovo “fronte antimperialista” è stato chiaramente riassunto nella dichiarazione dello SME: “Presidente Claudia Sheinbaum: le chiediamo di esercitare la legittimità conferitale dal voto popolare e di riprendere immediatamente la fornitura umanitaria di petrolio al popolo cubano e la vendita di tale combustibile all’isola secondo i termini in cui sono state precedentemente effettuate durante il suo governo.”

Chiedere al governo semicoloniale del Messico di rompere col suo padrone imperiale significa predicare nel deserto. Noi lavoratori possiamo contare unicamente sulla nostra forza di classe, la quale è più che sufficiente per fornire allo stato operaio assediato l’oro nero di cui ha bisogno per sopravvivere e per resistere ai voraci Pirati dei Caraibi nordamericani.

Il 20 febbraio, il Consejo General de Representantes del Sindicato de la Unión de Trabajadores dell’IEMS [Instituto de Educación Media Superior] (SUTIEMS) ha approvato la seguente risoluzione:

Considerando:

1) Che fin dal trionfo della Rivoluzione Cubana l’imperialismo nordamericano ha cercato di sottomettere il coraggioso popolo cubano sia per mezzo del terrorismo assassino sia mediante il blocco criminale;

2) Che l’espropriazione dei capitalisti a 145 chilometri di distanza dagli Stati Uniti ha rappresentato un trionfo per i lavoratori e per gli oppressi di tutto il mondo;

3) Che le enormi conquiste in materia di istruzione e di sanità nell’isola assediata costituiscono un esempio per i lavoratori del settore educativo in Messico e in tutto il mondo, come lo stesso SUTIEMS ha riconosciuto a parole e nei fatti;

4) Che dopo l’attacco del governo del razzista Donald Trump contro il Venezuela era chiaro che l’obiettivo finale era quello di costringere Cuba ad arrendersi per fame, tagliando tutte le forniture internazionali di petrolio;

5) Che i dirigenti sindacali pronunciatisi a favore di Cuba propongono di pregare gentilmente il governo padronale della 4T [Cuarta Transformación] di ripristinare i suoi esigui invii di petrolio.

Deliberiamo:

Di avviare una campagna incentrata sui sindacati per raccogliere fondi al fine di inviare petrolio a Cuba il prima possibile. È necessario che questa campagna dia vita a un comitato sindacale che mobiliti l’autentica solidarietà dei lavoratori in difesa della Rivoluzione Cubana mediante azioni di classe. La raccolta di fondi per l’acquisto di petrolio è un compito urgente, così come lo è l’invio immediato di materiali scolastici, che il nostro sindacato deve iniziare a raccogliere. ■


  1. 1. Abbreviazione di Petróleos Mexicanos, la compagnia petrolifera di stato messicana.
  2. 2. In seguito alle sanzioni imperialiste (statunitensi ed europee) sulle esportazioni di petrolio provenienti dall’Iran, dal Venezuela e dalla Russia, applicate con metodi come il rifiuto dell’assicurazione per le petroliere che trasportano tali carichi, è venuta a crearsi un’enorme “flotta ombra” di quasi 1.000 navi che trasportano petrolio sottoposto a sanzioni, pari al 17% di tutte le petroliere attualmente in navigazione.
  3. 3. Abbreviazione di Petróleo Brasileiro, la compania petrolifera brasiliana, a maggioranza di proprietà statale, che ha il suo quartier generale a Rio de Janeiro.
  4. 4. Si tratta della República Bolivariana de Venezuela, un regime nazionalista borghese che venne fondato da Hugo Chávez nel 1999, dopo essere stato eletto presidente un anno prima. Da allora è stata sottoposta a un attacco costante da parte dell’imperialismo statunitense, compresi molteplici tentativi di colpo di stato.
  5. 5. Tradotto letteralmente con “vermi”, questo termine si riferisce agli esuli controrivoluzionari cubani, e in particolare a quelli che fuggirono nel 1959-60 dopo il rovesciamento del dittatore Fulgencio Batista e dopo la radicalizzazione della rivoluzione.
  6. 6. Nel novembre 1956, 82 combattenti cubani si imbarcarono sul natante Granma al largo della costa caraibica del Messico e salparono alla volta di Cuba. Dopo un disastroso sbarco in una palude di mangrovie, furono circondati dalle truppe della dittatura di Batista, che era un ex sergente dell’esercito. Soltanto 12 di loro sopravvissero, ma tre anni dopo, il 1° gennaio 1959, Batista fuggì dal paese recandosi in esilio e i ribelli vittoriosi marciarono sulla capitale L’Avana.
  7. 7. In seguito all’annientamento dello sbarco nella Baia dei Porci (Playa Girón), messo in atto nell’aprile 1961 da un’armata mercenaria di esuli cubani foraggiata dagli USA, il governo statunitense del presidente democratico John F. Kennedy intensificò la campagna di terrorismo e sabotaggio all’interno di Cuba. Nel frattempo gli Stati Uniti avevano installato missili nucleari Thor in Gran Bretagna e, nel 1961, missili nucleari Jupiter in Italia e in Turchia, tutti puntati contro l’URSS. Nel luglio 1962 il leader sovietico Nikita Krusciov si accordò con Fidel Castro per installare missili nucleari a Cuba al fine di scongiurare una potenziale invasione statunitense dell’isola. Dopo che un aereo spia americano ebbe individuato i siti di lancio di quei missili all’inizio di ottobre, Kennedy ordinò un blocco navale (“quarantena”) di Cuba. Mentre si profilava lo spettro di una guerra nucleare, Krusciov fece infine marcia indietro (nonostante le obiezioni di Castro) e ritirò i missili in cambio della dichiarazione pubblica degli Stati Uniti di non invadere Cuba e dell’accordo segreto di rimuovere i missili nucleari statunitensi dalla Turchia (e successivamente anche quelli in Italia e Gran Bretagna).
  8. 8. Cuba fu costretta a dipendere dal petrolio greggio nazionale a causa dell’interruzione delle forniture petrolifere sovietiche, come conseguenza della controrivoluzione che portò al crollo dell’URSS nel 1991-92.
  9. 9. Si veda “U.S. Blockade of Cuba: ‘Bring About Hunger, Desperation, Overthrow’”, The Internationalist n. 64, luglio-settembre 2021.
  10. 10. Si veda l’articolo già citato, “La verità sulle proteste a Cuba. Difendere la rivoluzione contro l’imperialismo USA e i suoi scagnozzi”.
  11. 11. Hugo Cancio, “Cuba ante el espejo venezolano: cuando postergar las decisiones deja de ser una opción”, On Cuba, 8 gennaio 2026.
  12. 12. “Cuba ante EEUU: lecciones y antilecciones de la intervención en Venezuela”, On Cuba, 14 gennaio 2026.
  13. 13. Cisterne in acciaio inossidabile con una capacità fino a 26.000 litri di liquido, o 164 barili di petrolio, decostruiti secondo le specifiche dell’International Organization for Standards (ISO).
  14. 14. “Dottrina Donroe” è un gioco di parole che traccia un parallelo tra le odierne politiche spudoratamente imperialiste di Donald Trump e la “Dottrina Monroe”. Nel 1823 il presidente degli Stati Uniti James Monroe proclamò una politica contro l’“interferenza” delle potenze europee nell’emisfero occidentale che potrebbe essere riassunta nella parola d’ordine “L’America ai (nord)americani”, facendo dell’America Latina una riserva privata degli Stati Uniti, prima espansionisti e in seguito imperialisti.
  15. 15. Eduardo Almeida Neto, “¡En defensa de Cuba ante el ataque imperialista de Trump!¡Ninguna confianza en el gobierno de Cuba!”, LIT, 2 febbraio 2026.
  16. 16. Nel 1901, dopo che gli Stati Uniti ebbero cacciato i governanti coloniali spagnoli da Cuba (come pure quelli delle oltre colonie spagnole di Puerto Rico, delle Filippine e di Guam) con la guerra del 1898, il governo statunitense, sotto la presidenza di William McKinley, insistette, allo scopo di evitare uno scontro con le forze rivoluzionarie cubane, affinché il ritiro delle truppe statunitensi fosse subordinato all’accettazione da parte di Cuba, nella propria Costituzione, di una serie di richieste (l’Emendamento Platt) che consentissero agli Stati Uniti di intervenire in caso di sommosse popolari e che cedessero agli USA la base militare di Guantánamo, che gli Stati Uniti occupano da allora. I trotskisti chiedono che la base di Guantánamo venga restituita a Cuba.
  17. 17. Claudia Cinatti, “Cuba: causas y consecuencias del 11 de julio”, Izquierda Diario, 18 luglio 2021.
  18. 18. “Prepotencia imperialista”, Izquierda Diario, 18 febbraio 2026.