marzo 2026
Difendere l’Iran – Sconfiggere
la guerra degli US/Israele
che minaccia di trasformarsi nella III Guerra mondiale!
Vertiginoso aumento dei
prezzi del petrolio e del gas
anuncia una crisi economica mondiale

Le conseguenze dell'attacco israeliano al deposito petrolifero di Sharan a Teheran, 15 giugno. (Foto: AFP)

Per azioni operaie contro la guerra e le deportazioni!
Rompere con i democratici e con i repubblicani! – Per un partito operaio rivoluzionario!
Questo articolo è tradotto da The Internationalist n. 77, gennaio-marzo 2026, il giornale dell’Internationalist Group, sezione statunitense della Lega per la Quarta Internazionale.
Pantano. Questa è la parola che Donald Trump teme come la peste, soprattutto in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre. Con la guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran giunta alla sua quarta settimana, la Casa Bianca e il Pentagono sono in preda al panico e cercano disperatamente una via d’uscita dal grande caos in cui hanno fatto sprofondare il mondo. Trump voleva evitare una “guerra infinita” come le invasioni statunitensi dell’Afghanistan e dell’Iraq, che sono durate per un’intera generazione. Tuttavia, nonostante la micidiale potenza di fuoco che hanno scatenato contro l’Iran, i guerrafondai imperialisti e sionisti sono soltanto stati capaci di provocare la più grande interruzione di forniture petrolifere della storia. La ragione per cui tutto ciò non ha ancora portato al crollo dei mercati è che i mediatori di potere di Wall Street sembrano dar credito alle favole trumpiane a proposito d’inesistenti “colloqui di pace”. La “strategia d’uscita” di Trump sembrerebbe quella d’inscenare un attacco via aerea e terrestre apocalittico.
Per i liberali che credono nella finzione del “diritto internazionale” l’attuale guerra contro l’Iran è, al pari di quella dello scorso giugno, una delle azioni più palesemente illegali nella lunga storia del gangsterismo occidentale contro l’Asia, l’Africa e l’America Latina. È iniziata il 28 febbraio con l’assassinio, messo a segno da un raid aereo israeliano, della Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, un alto prelato del ramo sciita dell’Islam, insieme a diversi suoi parenti. Poche ore dopo, un attacco a “doppio colpo” con due missili da crociera statunitensi, con due missili da crociera statunitensi, ha colpito una scuola elementare nella città di Minab, nell’Iran meridionale, uccidendo almeno 175 persone; tra questi vi erano oltre 100 bambine. Si è trattato sotto ogni punto di vista di un crimine di guerra efferato, mentre l’omicidio di capi di stato sponsorizzato da un altro stato viene considerato come una violazione della sovranità nazionale e del diritto umanitario internazionale. Ma naturalmente, poiché tutta la guerra non provocata degli Stati Uniti e da Israele ha costituito una massiccia violazione della sovranità iraniana, questo dimostra ancora una volta che il diritto internazionale è un mito.

Il crimine di guerra di USA/Israele. Sono almeno 175 le vittime, per la maggior parte bambine, uccise quando la scuola femminile della cittadina iraniana di Minab è stata colpita da un bombardamento dell’aviazione nella guerra imperialista/sionista scatenata contro l’Iran. (Foto: Mehr News Agency)
Poche ore dopo l’attacco del 28 febbraio, la Lega per la Quarta Internazionale ha rilasciato una dichiarazione in cui faceva appello a “Difendere l’Iran – Sconfiggere la guerra degli Stati Uniti e di Israele” Di fronte ad uno spudorato attacco da parte dell’uomo forte genocida israeliano, Benjamin Netanyahu, e dello statunitense aspirante imperatore yankee, Trump, abbiamo sottolineato che tutti i socialisti rivoluzionari, tutti i lavoratori dotati di una coscienza di classe e tutti coloro che si oppongono al dominio imperialista mondiale hanno il dovere di schierarsi dalla parte dell’Iran semicoloniale contro gli aggressori imperialisti e sionisti. Abbiamo fatto appello all’azione operaia internazionale contro la guerra e a bloccare l’invio di armi statunitensi e, pur non offrendo alcun sostegno politico al soffocante regime clericale dei mullah, a difendere l’Iran come parte della lotta per la rivoluzione operaia. E, come abbiamo fatto durante la “Guerra dei 12 giorni” dello scorso giugno contro l’Iran, abbiamo dichiarato: “L’Iran ha il diritto di dotarsi di armi nucleari per dissuadere i terroristi nucleari israeliani e statunitensi.”1
Per anni gli esponenti della destra negli Stati Uniti e in Israele hanno fatto appello a “bombardare e ribombardare l’Iran” ma, nonostante tutto il clamore dei mass media “mainstream”, che per il 90% è pura propaganda bellicista, gli atteggiamenti machisti dell’incompetente Pete Hegseth, il ministro della guerra statunitense, e le menzogne dell’irrefrenabile capo contafrottole Trump, la guerra non sta andando bene per gli aggressori. Nel frattempo l’Iran è stato in grado di scatenare la più grande crisi di approvvigionamento petrolifero della storia, colpendo raffinerie e impianti di trattamento del gas nell’area del Golfo Persico e bloccando lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita il 20% del petrolio e del gas naturale di tutto il mondo. Questo non solo ha fatto schizzare alle stelle il prezzo della benzina (oltre 8 dollari al gallone in California, quasi 2,50 euro al litro in Germania), ma provocherà ben presto un’enorme crisi alimentare mondiale dovuta alla mancanza di urea e di azoto per i fertilizzanti all’inizio della stagione della semina. La guerra non finirà molto presto e potrebbe intensificarsi in maniera esponenziale.
I militaristi israeliani, reduci dal loro orribile genocidio a Gaza, vogliono utilizzare questa guerra per consolidare il proprio dominio sul Medio Oriente, muovendo un passo in avanti verso il loro obiettivo di una Grande Israele che si estenda dal mare (Mediterraneo) al fiume (Eufrate), annettendo la Cisgiordania e occupando il Libano meridionale. Lo spudorato aspirante dittatore che siede alla Casa Bianca, reduce dalla sua avventura da pirata dei Caraibi del rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro e dall’assunzione del controllo delle esportazioni di petrolio di quel paese, ha dichiarato di voler fare soltanto una piccola “escursione” nel Golfo Persico. L’avventura mal preparata e sanguinosa degli Stati Uniti e di Israele potrebbe facilmente ritorcerglisi contro. Comunque, se dovessero trovarsi a fronteggiare una sconfitta, i folli sionisti potrebbero essere tentati di usare il loro arsenale nucleare, e l’imprevedibile Trump si sta preparando a sferrare contro l’Iran quel “colpo da KO” che è stato la sua ossessione per decenni. Ma non si può mettere KO un paese di 90 milioni di abitanti con un unico, spettacolare bombardamento.
Il mondo procede sul filo del rasoio. I governanti israeliani sarebbero felici di vedere l’Iran disgregarsi e collassare economicamente. Dovesse Donald Trump mettere in atto anche solo qualcuna delle sue molteplici minacce (annientare il sistema energetico iraniano, assumere il controllo del suo petrolio, impossessarsi delle sue riserve di uranio arricchito e sbloccare militarmente lo Stretto di Hormuz), il tutto potrebbe esplodere in maniera drammatica. Questo potrebbe costringere gli alleati dell’Iran, la Russia e la Cina, a intervenire più direttamente, anziché limitarsi a fornire informazioni (flusso satellitare per il targeting), tecnologia (sistemi radar avanzati) e quantità limitate di armamenti (droni sofisticati e missili antinave). La guerra contro l’Iran, ancor più della guerra imperialista per procura della NATO contro la Russia in Ucraina, ha il potenziale per innescare le prime schermaglie di una Terza guerra mondiale. La Cina, che è uno stato operaio burocraticamente deformato e che beneficia del 90% delle esportazioni petrolifere iraniane, è in fin dei conti l’obiettivo finale.
Fin dall’inizio, una netta maggioranza della popolazione statunitense (il 59%, nei sondaggi d’opinione) si è opposta alla guerra contro l’Iran, e questa percentuale non ha fatto che aumentare. Tre quarti (74%), inclusa la maggioranza (52%) dei repubblicani, sono contrari all’invio di truppe di terra in Iran.2 Eppure, mentre scriviamo, due corpi di spedizione dei Marines e il personale dello stato maggiore dell’82ª Divisione Aviotrasportata dell’esercito stanno dislocando la fanteria nella zona di guerra. I democratici si lamentano del fatto che Trump non abbia precisato i suoi obiettivi di guerra e invocano il War Powers Act (Legge sui poteri di guerra, che i presidenti democratici Clinton, Obama e Biden hanno tutti ignorato) per coinvolgere il Congresso, ma non si sono opposti direttamente alla guerra (e il New York Times, portavoce dell'establishment liberale, afferma che “potrebbero” appoggiarla). Ecco perché non ci sono state grandi proteste contro la guerra con l’Iran, giacché la sinistra opportunista cerca sempre di costruire un movimento pacifista collaborazionista di classe, di tipo “frontepopulista”, insieme alle “colombe” democratiche.
Oggi più che mai, la situazione richiede a gran voce la direzione di un partito autenticamente comunista che difenda l’Iran su base di classe contro gli aggressori imperialisti/sionisti e che mobiliti poderose azioni operaie contro la guerra come parte della lotta per la rivoluzione socialista internazionale – l’unica via per porre fine all’imperialismo e alle sue guerre infinite.
La guerra di Trump all’Iran impantanata nelle sabbie mobili
Da parte dei governanti statunitensi e israeliani questa guerra viene condotta senza la consueta ipocrisia sui “diritti umani” e sulla “democrazia” con cui, fin dalla Seconda guerra mondiale, gli imperialisti occidentali hanno ammantato le loro guerre per il loro predominio. Alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco del 14 febbraio, due settimane prima dell’inizio della guerra all’Iran, il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha pronunciato un inno di lode ai “grandi imperi occidentali” e alla “civiltà occidentale” basata sulla “fede cristiana”, accompagnato da invettive xenofobe contro la “migrazione di massa”. La Casa Bianca si crogiola nel potere, diffondendo propaganda di guerra con filmati di videogiochi mescolati a scene di distruzione dell’Iran. Rispondendo alle critiche suscitate dal bombardamento di un impianto di desalinizzazione dell’acqua, Trump ha detto a proposito degli iraniani: “Sono tra le persone più malvagie che siano mai esistite sulla terra. Tagliano la testa ai bambini. Tagliano le donne a metà” riciclando alcune delle menzogne sui palestinesi utilizzate per giustificare il genocidio sionista a Gaza.
Questa retorica razzista, in frammenti audio vomitato dall’Air Force One, ha scatenato tweet e dichiarazioni anti-musulmane da parte di congressisti repubblicani del movimento MAGA (acronimo di Make America Great Again) e in un’orgia d’islamofobia sui social media. Ma, naturalmente, sono stati gli USA a massacrare ragazzini e ragazzine in una scuola iraniana, ed è proprio la “Murder Inc.” israeliana ad aver fatto degli assassinii un elemento centrale della politica statale. Secondo una stima, lo Stato sionista ha compiuto oltre 2.700 assassinii nei primi sette decenni della sua esistenza, molti di più di qualsiasi altro Stato “occidentale”.3 Israele ha preso di mira in particolare gli scienziati nucleari iraniani, uccidendone almeno 19, tre dei quali con attacchi aerei del giugno 2025 e con la guerra in corso. Il risultato prevedibile è stato quello di suscitare in Iran un’ondata di repulsione di massa contro gli aggressori.
I leader e gli strateghi militari statunitensi e israeliani si erano convinti che, assassinando Khamenei, avrebbero provocato una rivolta delle masse iraniane desiderose di liberarsi dal regime teocratico e autoritario dei mullah. (A quanto pare, questa linea fosse stata suggerita dal capo del Mossad, l’agenzia israeliana di spionaggio all’estero.) Ma non è accaduto nulla di tutto questo. Sono circolati alcuni video di piccoli gruppi esultanti nella notte in cui iniziò la guerra, il 28 febbraio, dopo di che, il nulla. Ma il giorno dopo enormi folle si sono raccolte in tutto l’Iran per piangere l’ayatollah assassinato, molti con le lacrime agli occhi, che mostravano le sue foto e gridavano “Morte all'America!” e “Morte a Israele!” Uno sguardo alle fotografie delle decine di migliaia di persone vestite di nero ammassate in piazza Engelab (Rivoluzione) a Teheran ha reso evidente che la Repubblica Islamica godeva ancora di un fervido sostegno popolare, mettendo in luce il fatto che, insieme al suo spietato apparato repressivo, essa non poteva essere abbattuta semplicemente “decapitandola”.

Il primo marzo a Tehran, a centinaia di migliaia si sono riversati nella piazza Rivoluzione (foto in alto) e attraverso tutto l’Iran in segno di lutto per commemorare l’Ayatollah Khamenei, the leader mussulmano scita e Capo di Stato, assassinato da Israele il giorno prima. (Foto: Majid Saeedi / Getty Images)
Nei giorni successivi i folli bombardieri statunitensi e israeliani hanno continuato a colpire la capitale iraniana e altre grandi città. Sebbene gli Stati Uniti affermino di aver colpito 8.000 “obiettivi militari”, è chiaro che hanno colpito anche molte aree residenziali. Quando gli israeliani hanno “eliminato” il leader de facto dell’Iran, il capo della sicurezza Ari Larijani, il 17 marzo, essi hanno colpito un intero quartiere. Un attacco del 7-8 marzo contro un deposito di petrolio e una raffineria alla periferia della città ha avvolto Teheran in una pioggia nera tossica. Nello stesso tempo i bombardamenti hanno danneggiato numerosi gioielli culturali iraniani e siti storici mondiali dell’UNESCO, tra cui la moschea Jameh di Isfahan, con le sue piastrelle blu, e il Palazzo Golestan di Teheran, sede della dinastia Qajar. Com’era prevedibile, si è assistito a un irrigidimento del sentimento nazionalista iraniano di fronte ai predoni imperialisti e sionisti, spingendo di fatto la popolazione tra le braccia del regime.
Il Capo supremo del culto MAGA e l’aspirante re di Israele si vantano entrambi della loro capacità militare. Il 6 marzo Trump ha affermato a proposito dell’Iran: “Il loro esercito non c'è più. La loro marina non c'è più. Le loro comunicazioni non funzionano più. I loro capi non ci sono più. Due gruppi di capi non ci sono più – e adesso gliene rimane solo un terzo. La loro aviazione è stata completamente spazzata via.” E pochi giorni dopo ha aggiunto: “Non hanno nessun sistema antiaereo. Non hanno nessun radar”, concludendo che: “Il nostro esercito è il migliore. È il più potente del mondo, e li stiamo colpendo duramente.” (Questo fa tornare in mente la spacconata della candidata democratica alla presidenza Kamala Harris durante la sua campagna del 2024: “Farò in modo che l’America abbia sempre la forza combattente più forte e letale del mondo.”) Molte di tali affermazioni potrebbero rispondere al vero, anche se, per quanto riguarda la contraerea e i radar, abbiamo visto che il 19 marzo un bombardiere “stealth” F-35 statunitense è stato colpito dal fuoco iraniano. Molti degli attacchi statunitensi sono stati condotti con missili “a distanza”, lanciati da postazioni molto al di fuori dello spazio aereo iraniano. Ma l’Iran ha risposto in modo “asimmetrico” e forte, con misure militari che hanno gettato Washington e Tel Aviv nel panico.
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stazioni radar statunitensi e alleati copliti dall’Iran
nella guerra. (Foto:
Anadolu Agency) Cliccare sull’immagine per allargare.
All’inizio della guerra il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (CGRI) ha lanciato un numero enorme di missili e droni (oltre 1.200 al giorno), costringendo gli Stati Uniti e Israele a utilizzare gran parte dei missili intercettori a loro disposizione, che sono molto costosi. Il fatto che il numero di lanci iraniani sia molto diminuito (a 30 a 40 al giorno) non significa che i loro missili o veicoli da lancio siano stati perlopiù distrutti, ma piuttosto che, adesso, si sono attestati su un livello sostenibile per condurre una guerra di lunga durata. Inoltre, in quel primo attacco, gli iraniani sono riusciti a colpire le basi radar vitali dei sistemi di difesa balistica antimissile THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) statunitensi negli Emirati Arabi Uniti, in Arabia Saudita e in Giordania. E l’Iran ha anche colpito la maggior parte delle basi militari statunitensi nell’area del Golfo Persico, tanto che oggi “molte delle 13 basi militari nella regione utilizzate dalle truppe americane sono pressoché impraticabili” (New York Times, 26 marzo).
Alla faccia delle disinvolte affermazioni di Trump secondo cui i missili iraniani sarebbero imprecisi! Dai video online si può invece constatare che sono andati a segno con estrema precisione. Inoltre, per abbattere sciami di droni (che costano circa 30.000 dollari ciascuno), gli Stati Uniti e Israele utilizzano missili intercettori israeliani David’s Sling, la “Fionda di Davide” (1 milione di dollari ciascuno), intercettori israeliani Arrow 2 e 3 (3 milioni di dollari ciascuno), intercettori Patriot PAC-3 (da 3,7 a 7 milioni di dollari ciascuno) e intercettori THAAD (12,6 milioni di dollari ciascuno). Non proprio economicamente a buon mercato. Il 21 marzo l’Iran ha colpito due città che circondano l’impianto militare nucleare israeliano di Dimona con il suo missile ipersonico Fattah-2, che né gli Stati Uniti né Israele sono in grado di intercettare. E il 24 marzo il Royal United Services Institute (RUSI) britannico ha riferito che gli aggressori hanno utilizzato 11.000 munizioni (per un valore di 26 miliardi di dollari) nei primi 16 giorni di guerra, e che Israele esaurirà la maggior parte dei suoi missili in un arco di tempo compreso tra tre giorni (!) e tre settimane.4
Nella foto, l’aereo
radar di sorveglianza statunitense E-3 AWAC distrutto,
colpito con precisione nella base aerea saudita da un
missile iraniano, il 27 marzo. L’Iran ha distrutto
sofisticate installazioni radar statunitensi in tre
paesi il solo primo giorno di guerra. (Foto: TheIntelFrog)Ma di gran lunga più possente è stato il doppio colpo, sferrato dall’Iran, che ha portato alla chiusura degli impianti petroliferi e di gas e impedito il passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz a qualsiasi nave che non fosse amica. Chiaramente, e per ammissione dello stesso ciarlatano Hegseth, la Casa Bianca e il Pentagono non si aspettavano una simile reazione, o quanto meno non così presto. Quando Israele, con una notevole escalation, ha attaccato il giacimento di gas naturale di South Pars, da cui dipende la maggior parte della produzione di energia elettrica dell’Iran, il CGRI ha colpito il più grande impianto di gas naturale liquefatto (GNL) del mondo, mettendolo fuori uso per almeno cinque anni. L’Iran ha già colpito una raffineria in Kuwait e potrebbe facilmente fare lo stesso con numerose altre installazioni nel Golfo. E, limitando il transito attraverso lo Stretto di Hormuz, ha ridotto il traffico marittimo di oltre il 90%, provocando un deficit di approvvigionamento petrolifero di almeno 11 milioni di barili al giorno, pari al 10% delle forniture totali, il che quasi inevitabilmente porterà ben presto a una gigantesca crisi economica mondiale.
I prezzi del petrolio sono già aumentati di oltre il 50%, superando i 100 dollari al barile, mentre quelli del GNL e del carburante per aerei sono raddoppiati. Gli esperti di mercato affermano che un prezzo del petrolio a 150 dollari sarebbe “catastrofico” ma, se l’attuale taglio delle forniture dovesse persistere, si potrebbero facilmente raggiungere i 200 dollari al barile. Gli economisti stanno già analizzando in dettaglio che cosa tutto ciò potrebbe comportare per gli approvvigionamenti alimentari in Africa, dove la mancanza di fertilizzanti potrebbe provocare una carestia diffusa in tutto il continente. La fornitura di farmaci generici dall’India si interromperebbe quasi completamente. Nei paesi capitalisti avanzati si registrerebbe una brusca impennata dell’inflazione e i tassi di interesse aumenterebbero (cosa che già sta accadendo). Questo potrebbe significare il fallimento per molte importanti società di investimento e a capitale privato, che si sono pesantemente indebitate (200 miliardi di dollari negli ultimi due anni) per finanziare i centri dati di intelligenza artificiale (IA) e che sono voraci consumatrici di energia. L’“arma energetica” dell’Iran è estremamente potente.
Mentre Trump intensifica l’offensiva, lottiamo per la rivoluzione operaia!
Il primo ministro israeliano Netanyahu ha spinto per una guerra totale contro l’Iran fin dalla caduta del regime siriano di Bashar al-Assad, avvenuta nel dicembre 2024 per mano di terroristi islamici sunniti sostenuti dalla Turchia, che era una conseguenza dell’assassinio, da parte dello Stato sionista, del leader del movimento islamista sciita Hezbollah in Libano avvenuto due mesi prima. Si è fatto un gran parlare dell’ammissione di Marco Rubio secondo cui Israele avrebbe convinto Trump a imboccare questa strada (Rubio ha poi ritrattato quell’affermazione, che rispondeva chiaramente al vero, quando gli isolazionisti della base MAGA di Trump si sono opposti a combattere la “guerra di Israele”). Ma sia i leader statunitensi che quelli israeliani erano convinti di essere inarrestabili, che la vittoria sarebbe stata facile e che la Repubblica Islamica fosse ormai allo sbando (tenendo conto delle proteste del gennaio 2026). Trump ha dichiarato al New York Times (del 1mo marzo) che la guerra contro l’Iran sarebbe durata “quattro o cinque settimane”, che “non sarebbe stata difficile” e che “quanto abbiamo fatto in Venezuela” costituiva “lo scenario perfetto”. Ma non è andata così.
In un videomessaggio del 28 febbraio Trump ha detto agli iraniani: “Le bombe pioveranno ovunque e, una volta finito, assumete il controllo del vostro governo.” Dopo che il suo appello al cambio di regime si è risolto in un fiasco, allora ha preteso la “RESA INCONDIZIONATA” dell’Iran (la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha “chiarito” che ciò sarebbe avvenuto qualora Trump “in qualità di comandante in capo delle forze armate statunitensi”, avesse stabilito che l’Iran si trovasse “in una situazione di resa incondizionata”). Tuttavia, dal momento che anche questo tentativo non ha portato a nulla, ultimamente egli ha spinto per un presunto “piano di pace” in 15 punti, che equivarrebbe a una resa. Quando i leader iraniani hanno affermato di non essere interessati ai negoziati e che non erano colloqui in corso con gli Stati Uniti, allora Trump ha risposto: “Naturalmente stanno negoziando. Sono stati annientati.” Egli non riesce proprio a concepire un regime o un esercito ideologicamente coesi e disposti a battersi fino alla fine.
Le continue oscillazioni di Trump, avanti e indietro in un senso e poi in un altro, hanno raggiunto proporzioni ridicole. Sabato 21 marzo ha lanciato un ultimatum, concedendo all’Iran “48 ore” per aprire lo Stretto di Hormuz, altrimenti avrebbe ordinato il bombardamento delle centrali elettriche iraniane. I portavoce iraniani hanno affermato che in tal caso avrebbero bombardato le centrali energetiche e di desalinizzazione negli Stati del Golfo alleati degli Stati Uniti e di Israele. Poi, a poche ore dalla scadenza, Trump ha annunciato una proroga di cinque giorni poiché “intensi colloqui” erano in corso. Il portavoce del parlamento iraniano ha definito “fake news” tutti questi annunci e fonti di Teheran hanno dichiarato che non avrebbero certamente parlato con gli inviati di Trump, Steve Witkoff e suo genero Jared Kushner, i due artisti della truffa che fingevano di negoziare mentre Trump si preparava a scatenare la guerra. Allora, mentre la nuova scadenza si avvicinava e le borse crollavano, Trump ha annunciato che prorogava la scadenza di dieci giorni, fino al 6 aprile.
Era, ancora una volta, il momento detto del TACO, scherzavano gli addetti ai lavori di Wall Street chiamandolo con l’acronimo di “Trump Always Chickens Out” (Trump si tira sempre indietro, tradotto della strizza), coniato dopo i suoi dazi draconiani del Liberation Day che andavano su e giù, a scadenze prima fissate e poi annullate, secondo i capricci del presidente degli Stati Uniti. Questi potevano essere scatenati da insulti percepiti o dai ghiribizzi del “Signor Mercato”, incarnazione degli indici di borsa dell’S&P 500, del Dow Jones e di altri indici di fiducia degli investitori coniati da Yves Smith e dal suo sito web informativo (e spesso perspicace) nakedcapitalism.com. Per il magnate immobiliare Trump si tratta sempre di profitto, di proprietà e di tornaconto personale. (Oltre all’emissione di una moneta commemorativa d’oro con la sua effige a fronte e retro, la sua firma sarà presente su tutte le banconote statunitensi.) Si può sicuramente notare il fatto che egli annunci ripetutamente invasioni, guerre e formuli ultimatum (Venezuela, Iran…) dopo la chiusura delle contrattazioni a New York il venerdì sera, per poi far marcia indietro prima della riapertura dei mercati il lunedì.
La formula di Trump per l’“arte del furto” è semplicemente quella di costringere tutti alla sottomissione con prepotenza. La cosa ha certamente funzionato con gli “alleati” imperialisti europei, che sono stati persuasi a rinunciare al petrolio e al gas russi a basso costo, pietra angolare dell’industria pesante della Germania, cosa che ha portato al collasso d’interi settori dell’economia tedesca. Adesso, dopo, aver a fatica, subito le accuse di codardia da parte del presidente statunitense per non aver preso parte alla sua guerra contro l’Iran, gli europei sono stati intimiditi fino al punto di dover dichiarare che potrebbero unirsi al pattugliamento dello Stretto una volta terminati i combattimenti. Trump, il sostenitore dell’America First (l’America prima di tutto), quello che inizialmente aveva affermato che Stati Uniti e Israele potevano farcela da soli, non avvertendo nemmeno i suoi più stretti alleati in Europa come la premier fascista italiana Giorgia Meloni dell’imminente attacco all’Iran, ha poi dichiarato che comunque lui non ne aveva bisogno del loro aiuto. Tutto il punto sta sul fatto che il vero obiettivo era di renderli complici di quell’impresa criminale.
Una ragione inconfessata per cui Trump ha fatto marcia indietro sul suo ultimatum di 48-ore/cinque-giorni/dieci-giorni all’Iran affinché aprisse lo Stretto è che ci vorrebbe tutto questo tempo perché le forze di terra statunitensi destinate a condurre l’attacco – l’11ª e la 31ª Unità di Spedizione dei Marines e l’82ª Divisione Aviotrasportata – arrivino sul teatro operativo. Un possibile obiettivo è l’impianto iraniano di esportazione petrolifera sull’isola di Kharg, che Trump desidera ossessivamente conquistare almeno fin dai tempi di un’intervista del 1988 al Guardian di Londra. Ciò ha dato spunto a tutta una serie di articoli apparsi su quasi tutti i principali quotidiani riguardo a che cosa sarebbe necessario fare per conquistare e mantenere il controllo dell’isola, che è situata a sole 25 chilometri dalla costa e che è facilmente raggiungibile dall’artiglieria iraniana, sia dai missili a corto raggio sia dai droni, e priva di alcun riparo dove le truppe possano nascondersi. Tutti i giornali hanno menzionato la disastrosa battaglia di Gallipoli del 1915 contro la Turchia, durante la Prima guerra mondiale, quando le truppe australiane e neozelandesi furono annientate mentre tentavano di assumere il controllo dello stretto braccio di mare dei Dardanelli nei pressi di Istanbul.
Anche l’Istituto Navale degli Stati Uniti è intervenuto con un articolo intitolato “Gli insegnamenti della battaglia di Gallipoli che fanno riflettere riguardo allo Stretto di Hormuz”, articolo che si potrebbe riassumere con questa frase: “Ci siamo già stati, l’abbiamo già fatto, ma non ci proveremo mai più.” Poiché in generale tutti concordavano sul fatto che tentare di mantenere il controllo dell’isola di Kharg sarebbe stata una missione suicida, l’attenzione si è spostata su altre isole vicino all’imboccatura dello Stretto di Hormuz, ma tutte hanno problemi simili. La cosa più probabile, quindi, è che gli Stati Uniti e Israele scatenino una devastante campagna di bombardamenti “shock and awe” (colpici e terrorizza), dichiarino di aver distrutto le forze militari iraniane e lascino agli europei il compito di capire come poter attraversare lo Stretto (magari pagando un pedaggio all’Iran). Se il regime iraniano rimane al suo posto, per quanto indebolito, non c’è nessun modo di rivendicare tale esito come una vittoria dell’Occidente. E se la Repubblica Islamica cade, questo trasformerebbe la regione in una polveriera. Benvenuti nel pantano.
Alcuni capitalisti di primo piano si stanno preoccupando. Una cosa è scatenare il caos nei mercati, mandare in bancarotta le attività commerciali e sottoporre i lavoratori a un’inflazione galoppante, con tariffe stratosferiche che non sono in grado di reindustrializzare gli Stati Uniti. Altra cosa è innescare potenzialmente una conflagrazione mondiale. Lo “zar dell’IA e delle criptovalute” di Trump, il venture capitalist della Silicon Valley David Sacks, ha dichiarato il 14 marzo che è ora di “proclamarsi vincitori e andarsene” piuttosto che intensificare la guerra contro l’Iran. Tra la classe dirigente, alcuni vedono il vicepresidente J.D. Vance (che ha timidamente messo in discussione la guerra contro l’Iran) come un’alternativa sensata al presidente guerrafondaio e al suo capo della politica estera e della sicurezza nazionale Marco Rubio, che sostiene il principio “lasciamo che Trump faccia il Trump”. Ma attenzione: mentre Trump è decisamente pazzo, Vance è un ideologo fascistoide certificato che trasformerebbe i giovani uomini in carne da cannone e le giovani donne in fabbriche di bambini per rimpiazzare i soldati caduti. L’impeachment (che porterebbe alla sostituzione del presidente con il vicepresidente) non è una soluzione.
A sinistra, colpisce la scarsa reazione suscitata dall’avventura iraniana di Trump. Rispetto a una guerra profondamente impopolare, dove sono i cortei di massa contro la guerra del tipo di quelli che precedettero l’invasione e l’occupazione dell’Iraq da parte di George Bush II? Il 15 febbraio 2003 oltre un milione di persone protestarono nelle vie di Roma e di Londra, e centinaia di migliaia a Berlino, Sydney, Melbourne e New York. Oggi si assiste soltanto, qua e là, a piccole manifestazioni di poche centinaia di persone al massimo. Perfino negli Stati Uniti il Party for Socialism and Liberation (PSL) e la sua ANSWER Coalition (la coalizione Act Now to Stop War and End Racism, agisci ora per fermare la guerra e porre fine al razzismo), specializzati in manifestazioni pacifiste di fronte popolare, non hanno indetto una mobilitazione nazionale. Il PSL e il resto della sinistra statunitense si limitano invece ad aggregarsi ai cortei “No Kings” del 28 marzo, organizzati da gruppi di facciata del Partito Democratico come 50501, Indivisible e moveon.org. Questi stessi gruppi stanno promuovendo il finto “sciopero generale” della coalizione “May Day Strong”, che non si basa sull’esercizio del potere collettivo dei lavoratori ma su azioni individuali (“non fare la spesa”, darsi malati) per il Primo Maggio. Il loro vero scopo è di ottenere il voto a favore dei Democratici in novembre.

Giugno 2025, New York City: contingente internazionalista alla manifestazione di protesta contro i
bombardamenti lanciati da USA e Israele sull’Iran e contro la loro guerra genocida a Gaza.
(Foto: The Internationalist)
La Lega per la Quarta Internazionale (LQI) e la sua sezione statunitense, l’Internationalist Group, si sono opposti politicamente al regime islamista in Iran fin dalla loro nascita. Continuiamo a sostenere la posizione adottata nel 1979 dall’organizzazione che ci ha predeceduto, la Tendenza Spartachista Internazionale, quando, unici nella sinistra, lanciammo la parola d’ordine “Abbasso lo scià, no a Khomeini”, lottando per la rivoluzione operaia in Iran e avvertendo che la “Rivoluzione islamica” era un movimento guidato da reazionari. La stragrande maggioranza della sinistra, sia in Iran che a livello internazionale, abbracciò invece il nascente regime islamista, che poco tempo dopo arrestò migliaia di militanti di sinistra e ne giustiziò a centinaia. Oggi, la rinata Lega Comunista Internazionale, che si maschera da continuatrice della Tendenza Spartachista mentre rinnega quasi tutto ciò che essa sosteneva, compresa la linea marxista adottata nel 1979, invoca un “fronte unico antimperialista” col regime dei mullah. Come ha incisivamente affermato un relatore a un seminario sull’Iran organizzato dalla LQI il 7 marzo, questo equivale a dire alla prossima generazione di militanti di sinistra iraniani, ancora una volta, di “infilare il collo del nodo scorsoio”.
Nel frattempo gran parte della sinistra iraniana, tra cui la Rahe Kargar (Organizzazione degli operai rivoluzionari dell’Iran) che ha la sua base in Europa, il partito stalinista Tudeh (Masse) e i Fedayn del Popolo islamisti di sinistra, ha assunto una posizione “terzocampista”, opponendosi in egual misura alla Repubblica Islamica e agli aggressori stranieri statunitensi e israeliani. Su un altro versante, una piccola Cellula Operaia Socialista d’Avanguardia del Khuzhestan riferisce che i lavoratori hanno occupato stabilimenti petroliferi e petrolchimici a Mahshahr, nel sud dell’Iran, erigendo barricate per difenderli dagli invasori stranieri e dai sostenitori della dinastia Pahlavi, che è un fantoccio dell’imperialismo. Diversi gruppi curdi hanno formato una coalizione nella speranza di istituire una versione iraniana del governo regionale curdo, fantoccio degli Stati Uniti, nel nord dell’Iraq, come avevamo segnalato nella nostra dichiarazione del 28 febbraio. Tuttavia, essendo stati ripetutamente utilizzati e poi abbandonati dagli Stati Uniti e da Israele, questi gruppi sono riluttanti a entrare in scena e, in ogni caso, sono bloccati dal governo centrale iracheno, che è favorevole all’Iran.
Nell’ambiente dell’opposizione borghese molti degli islamisti “moderati” che si erano sollevati nel 20095 appoggiano l’erede della sanguinaria dinastia Pahlavi, che cerca di prendere il potere in quanto burattino dell’imperialismo statunitense proprio come suo padre, il quale venne insediato dagli imperialisti britannici nel 1941 e prese il pieno potere nel 1953 mediante un colpo di stato orchestrato dalla CIA. Ma Washington non è entusiasta del pretendente Pahlavi, che gode di poco sostegno organizzato all’interno dell’Iran, e gli assassinii perpetrati dagli israeliani hanno eliminato tutti gli esponenti del regime che l’amministrazione Trump considerava equivalenti a Delcy Rodríguez, la collaboratrice con gli Stati Uniti che adesso governa il Venezuela. Come ha dichiarato Trump il 3 marzo: “La maggior parte delle persone che avevamo in mente sono morte. (...) Ora abbiamo un altro gruppo. Anche loro potrebbero essere morti, stando alle notizie. Perciò immagino che stia arrivando una terza ondata. Presto non ci sarà più nessuno di quelli che noi conosciamo.” Ma il governo iraniano non si sta comportando come un regime decapitato.
Noi trotskisti della Lega per la Quarta Internazionale facciamo appello alla sconfitta della guerra imperialista/sionista, a difendere l’Iran attraverso l’azione operaia internazionale e a lottare per portare i lavoratori al potere. Contro l’oppressione sionista del popolo palestinese, rivendichiamo uno stato operaio palestinese arabo/ebraico nel quadro di una federazione socialista del Medio Oriente basata sui potenti proletariati dell’Egitto, della Turchia e dell’Iran. La lotta contro questa guerra distruttiva è inseparabile dalla battaglia contro l’attacco portato dal regime di Trump alla popolazione statunitense, in particolare contro le deportazioni di massa e gli attacchi violenti agli immigrati e ai loro sostenitori da parte degli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement e della Border Patrol, che si stanno trasformando in una forza paramilitare fascistoide alla testa della corsa verso l’instaurazione di un regime bonapartista da stato di polizia. La guerra imperialista all’estero va sempre di pari passo con la repressione razzista “in patria”.
Dall’Iran e la Palestina all’Europa fino agli Stati Uniti, la lotta deve essere per una rivoluzione operaia che rovesci l’imperialismo in decadenza, che si sta violentemente scatenando nel tentativo di scongiurare la propria fine. Nel 2022 Trump, riferendosi alla guerra del democratico Biden contro la Russia e a favore dell’Ucraina, affermò che avremmo potuto “finire in una Terza guerra mondiale, e allora nulla sarebbe rimasto del nostro pianeta” perché le “persone ignoranti” al governo “non avevano la minima idea” dei pericoli dell’escalation. Lo stesso si può dire della guerra del repubblicano Trump contro l’Iran. Ma non si tratta soltanto dei repubblicani: le politiche fondamentali dell’imperialismo statunitense sono state, e sono bipartisan, com’è accaduto durante tutta la Guerra Fredda antisovietica e da quando la controrivoluzione ha distrutto l’Unione Sovietica e gli Stati operai deformati dell’Europa orientale nel 1992, e anche come accade oggi in Ucraina, in Palestina e in Iran. Per contrastare la corsa verso una guerra mondiale, è fondamentale negli Stati Uniti rompere con i partiti Democratico e Repubblicano e costruire un partito operaio rivoluzionario basato sul programma autenticamente comunista della Quarta Internazionale di Trotsky. ■
- 1. Si veda “Difendere l’Iran – Sconfiggere la guerra degli Stati Uniti e di Israele” (28 febbraio 2026).
- 2. Sondaggio della Quinnipiac University, 9 marzo 2026.
- 3. Il dato è tratto da Ronen Bergman, Rise and Kill First. The Secret of Israel’s Targeted Assassinations, Random House, New York 2018.
- 4. Questo rapporto eccezionale, che contraddice categoricamente le affermazioni degli Stati Uniti e di Israele secondo cui non stavano esaurendo le munizioni – e che fornisce cifre precise sulle scorte di missili prima della guerra e sul numero di missili lanciati dagli Stati Uniti, da Israele e dai loro alleati del Golfo – normalmente non verrebbe mai reso pubblico; probabilmente gli Stati Uniti cercherebbero di incarcerare qualsiasi giornalista che rivelasse informazioni tanto palesemente sensibili dal punto di vista militare. Pubblicandolo, il RUSI ha lanciato un grido d’allarme e un messaggio al Pentagono affinché “prenda sul serio” la guerra.
- 5. Si veda “Mass Protests Rock Iran: No to All Wings of the Mullah Regime!”. The Internationalist n. 29, estate 2009, dove abbiamo lanciato gli appelli: “Per una rivoluzione operaia contro la dittatura islamica” e “Imperialismo statunitense: giù le mani!”
